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VOLMISSION


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2010

25° Anniversario

Gli assistenti religiosi dal 2002 ad oggi


Numero 4, Pagina 19


Numero 9, Pagina 18


Numero 20, Pagina 20


Numero 21, Pagina 14


Numero 23, Pagina 17


Numero 24, Pagina 18

26 Giugno 2010: saluto e incontro con i Volontari in partenza


Numero 25, Pagina 18



Una volta arrivata ho avuto la sensazione di non aver mai viaggiato prima

Il mio viaggio in Perù è stata un’esperienza unica e irripetibile. A volte molto forte e difficile, altre indimenticabile e incredibile: per me era la prima volta che viaggiavo fuori dall’Europa….e una volta arrivata ho avuto la sensazione di non aver mai viaggiato prima!
Non ho ancora ben capito cosa significhi viaggiare da missionari, ma personalmente il senso che ho trovato là è nelle parole che Madre Agnese, la madre della casa di Nostra Signora della Pietà di Monterrey, ci ha detto la sera del nostro arrivo: “E´molto importante la vostra presenza qui, perché i poveri sono disperati e si sentono dimenticato da tutti....la vostra presenza gli restituisce dignità e gli fa capire che non sono dimenticati....”
Il viaggio mio e di Margherita è partito dalla città di Lima, capitale del Perù.
Lima mi ha davvero impressionata: c’era un traffico allucinante, il 90 % di umidità e uno smog che rendeva l’aria davvero pesante. Lì le suore della congregazione di Nostra Signora della Pietà gestiscono una casa di riposo per anziani nel districto de La Breña e una piccola casa a Vitoria, che é un districto un po’ malfamato! Le suore che abbiamo conosciuto erano tutte
molto accoglienti, con un sacco di storie e aneddoti da raccontare, erano sia giovani peruviane che italiane, che sono quelle un po’ più anziane.
Tra le esperienze che mi hanno più colpita c’è stata la prima visita ad una famiglia che viveva in una delle tante baraccopoli di Lima, chiamate Pueblo Joven: non é immaginabile per noi scoprire che migliaia di persone vivono in condizioni al limite dell’umano. Ci siamo trovate su una collina di fango piena di case, se così si possono chiamare, fatte di lamiere, cartone, qualche mattone......ovunque fango, rifiuti, sporcizia e odori pungenti!
La donna che siamo andate a trovare era poco più che una ragazzina, aveva tre figli piccoli, era stata abbandonata dal marito e aveva bisogno di soldi per curarsi perché affetta da tiroidite.
Le sensazioni che porto nella valigia dei ricordi di quella visita è la sensazione di disagio, non vedevo l’ora di venire via, di allontanarmi, da quell’umidità, da quel disordine, da quella sporcizia, ricordo i volti di quei bimbi che erano senza luce e senza sorriso, che non avevano nulla con cui giocare, che vivevano in una casa senza luce, senza acqua, senza gas….e continuavo a chiedermi come poteva essere una notte in un posto del genere.
Una volta giunte da Lima a Monterrey, situata nella regione di Ancash, quello che più mi è piaciuto è che vivevamo proprio a contatto con la popolazione, con i bambini, con i contadini e con le donne che indossavano i loro abiti tradizionali, i teli colorati legati al petto dove portavano di tutto, dai bambini a carichi di cibo, erba o legna!
Sembrava di essere davvero in un altro pianeta, in un altro tempo, con persone che vivono con un concetto di tempo altro rispetto al nostro.
In missione il tempo scorre lento, è un tempo di preghiera, un tempo di ascolto, un tempo di silenzio, un tempo di sgomento, un tempo essenziale per assorbire la vita che si muoveva intorno a noi.
Tra tutti questi tempi un tempo molto importante era quello del racconto.....vedevamo, raccoglievamo impressioni e domande e Madre Agnese o le altre suore, che vivono lì da anni o che addirittura sono nate lì, tentavano di spiegarci la cultura e le problematiche, a volte molto complesse, di quella realtà, ma, quello che più mi colpiva e piaceva era che lo facevano sempre con molta semplicità, allegria..... e senso pratico!...e a pensarci bene quello che ci dicevano, a volte, era piuttosto triste e drammatico, ma grazie a loro non lo percepivo così: se potevano fare qualcosa per cambiare o migliorare una situazione cercavano di trovare la soluzione in modo propositivo e costruttivo, se non potevano fare nulla lo accettavano con fiducia e fede.
Quello che vorrei lasciare della mia esperienza è portare le persone a riflettere su una problematica che affligge il Perù, ma che credo sia propria di tanti altri paesi, ed è la condizione in cui vivono le donne e i bambini.
Madre Agnese ci ha spiegato che qui le donne sembrano avere tutti i doveri e nessun diritto, spesso subiscono violenze e maltrattamenti, o vengono abbandonate e molte di loro sono ancora analfabete, perchè la cultura preferisce che siano i maschi ad avanzare negli studi. Inoltre in varie situazioni abbiamo capito che le bambine subiscono violenze proprio all’interno delle loro famiglie, da parte dei loro padri o altri componenti della famiglia....sembra che qui sia un problema molto diffuso... ed è molto triste!
Madre Agnese ci ha detto: “Ho 67 anni e sono arrivata qui nel 1977, sono 33 anni che vivo in questo paese, non ho ancora capito tutto,ma un aspetto fondamentale l’ho colto: sono le donne che hanno un ruolo centrale nel miglioramento delle condizioni di vita. Loro hanno il compito di occuparsi dei figli, cioè di creare i cittadini di domani. Abbiamo capito che se sono analfabete, sono in balia di tutto e tutti, sono più disposte a lasciare che i figli vengano maltrattati e a subire loro stesse maltrattamenti. Al contrario, se le donne hanno un minimo d’istruzione sono più indipendenti, hanno una maggiore autostima che consente loro di lavorare, occuparsi meglio dei figli e capiscono quanto sia importante fare in modo che vadano avanti il più possibile negli studi.”
Un altro aspetto per me molto importante è stato sicuramente lo scontro con la realtà della denutrizione o malnutrizione che mi ha portato, una volta a casa, a mettere in discussione la scala dei miei valori e priorità: giocare, ridere, cantare e pregare insieme a bimbi che hanno di questi problemi ti fa sentire che non è più una realtà lontana e favoleggiata dai media, ma una problematica reale che ti riguarda da vicino….e questo, credo, dovrebbe aiutarci a diventare più sensibili verso quelle situazioni di povertà che sono più vicine a noi. Essere missionari non significa viaggiare in paesi lontani, ho scoperto che lo spirito del missionario lo posso vivere anche qui.

Claudia C.


“Qui hai occasione di fare il bene ogni giorno, perché i poveri bussano alla porta sempre”

Vado in Perù con Claudia (unica compagna di viaggio con la quale ho condiviso tutta l’esperienza), sulla scia di una canzone di Padre Daniele Badiali, il missionario emiliano del Mato Grosso ucciso nel 1997 proprio in quei posti mentre evangelizzava i campesinos. Parto con la paura dell’altitudine unicamente per rispondere ad una voce che sulle note di Padre Daniele invita “lassù oh Gesù, oltre il Uascaran”, la montagna più alta e irraggiungibile che pare si confonda col cielo, per andare contro la corrente di un estate vissuta come sempre, per ritrovare nell’incontro coi poveri passi di Vangelo vivo, che nel tuo quotidiano si confondono.
Missione di Monterrey, Huaraz, sulla cordigliera bianca delle Ande peruviane, a 3500 mt di altezza, parrocchia di Nostra Signora della Piedad. Una congregazione italiana con suore anche peruviane: servizio di pre-scuola all’asilo della missione, servizio mensa per i poveri, servizio di assistenza a famiglie bisognose, servizio di posta medica, visite al carcere.
Un bimbo il primo giorno di servizio all’asilo ci corre incontro e ci abbraccia con gioia e solarità inaspettate gridando “Buenas Dias!” ed è un coro di voci, e dentro di me penso che un benvenuto più bello non lo avrei potuto immaginare! Mi sento subito accolta e non solo per il canto delle ragazze al mio arrivo a Lima, inaspettato anche quello: era chiaro che non importava cosa avrei fatto ma essere lì, la mia sola presenza era importante per restituire dignità ad una terra dimenticata dicevano le suore, e pian piano devo dire ho finito per crederci. Siccome a casa tutti si “aspettano qualcosa da te” spiazza davvero una simile mentalità, così come l’adeguamento ai ritmi tutt’altro che frenetici della loro vita, e mi avevano anche preparato a casa, ma ancor oggi ripenso alle mie resistenze e difficoltà nell’entrare in un ordine diverso di idee che lascia più spazio a ciò a cui non siamo abituati, all’essere e al vivere le relazioni, anziché al “lasciarsi vivere” delle nostre città.
Ed è proprio vero come dice Madre Agnese, la suora missionaria italiana incontrata lassù, che guida la missione: “Qua hai occasione di fare il bene ogni giorno, perché i poveri bussano alla porta sempre”. E per un momento sono quasi invidiosa di questa opportunità quotidiana, ma dura poco. La sofferenza la vedi e la tocchi, ed è pesante, ti invade a tal punto che non riesci a sopportarla, la leggi negli occhi dei bimbi dell’asilo, negli stadi della malnutrizione, nella disperazione delle mamme che vengono a chiedere aiuto, nei loro sguardi di rassegnazione e di imbarazzo quando entri in quei tuguri di fango che osano chiamare case. E in certi quartieri o baraccopoli al limite dell’incredibile ti senti ancor più che straniera, centinaia di occhi ti scrutano e te li senti addosso, sai che se non fossi accompagnata dalle suore potrebbe succederti di tutto, ma con loro come guardie del corpo puoi andare ovunque, ti senti sicura; si muovono tra un traffico incredibile con tranquillità, sgranando il rosario e con disinvoltura e semplicità negli ambienti più putridi e malfamati. Ma ti chiedi come possa esserci gente che nel 2010 vive in quelle condizioni, mentre la compostezza e dignità di questa povera gente ti spiazza quando la incontri nelle loro case, e li vedi come “gli ultimi che sono già i primi”, e ti senti sprofondare in fondo alla fila in un nano-secondo come dice il Vangelo.
Ringrazio di cuore Madre Agnese per la sua cura nei nostri confronti e soprattutto per le chiacchierate serali, davvero necessarie allo spirito e al cuore, era importante per noi avere elementi per cercare di avere occhi per capire meglio la miseria che vedevamo tutti i giorni, per cercare di entrare nel mondo culturale di questa gente e dare un senso o risposte forse impossibili, alle mille domande e sensi di impotenza che in contesti simili ogni attimo affiorano la mente. Le letture di alcune problematiche sono sconcertanti ma illuminanti sotto molti aspetti della realtà quotidiana non solo peruviana, ma quello che ti colpisce di più è la serenità e la tranquillità con cui le suore affrontano tutto questo. Mi rimarrà sempre impressa la loro esplosione di festa e di entusiasmo davanti ai regali da Carpi (biancheria intima o animaletti per i bimbi in plastica adatti alla spiegazione nelle classi, nulla di più) ma si leggeva commozione di gioia sui loro volti…e mi ricordo che pensai “per così poco”? La loro semplicità ed allegria in mezzo ad un mare di difficoltà, disperazione e miseria, non può essere che il risultato di un abbandono quotidiano nelle mani del Signore, della serie “noi arriviamo dove arriviamo, al resto penserà Lui”. Come deve essere bello vivere sempre così!
E pare una banalità tante volte sentita da altri che quasi ti sembra di ridire cose già dette, ma è vero, la ricchezza di ciò che porti a casa nello zaino in un esperienza anche breve di questo tipo è un tesoro di cui ti accorgi poco a poco ed aggiungo molto più al tuo ritorno che sul posto, almeno personalmente.
Capisci l’importanza dell’acqua che non è una banalità, della luce elettrica, della lavatrice e di quante cose diamo per scontate, di quanta ricchezza non apprezziamo: la sanità, l’istruzione, i libri, la viabilità, gli alberi nelle città, la pulizia, l’igiene, etc..
Gli occhi dei bimbi non si dimenticano, li rivedi davanti sempre vivaci e con la loro voglia di fare girotondo o giochi semplici che ricordano “sapori di un tempo lontano” qui da noi ormai soppiantato da computer e play-station. Il loro è stato l’incontro più vero, nella semplicità di gesti di tenerezza e non di parole. Il mio spagnolo da improponibile si è rivelato miracolo-samente accettabile grazie alle loro esigenti richieste sul campo, che non puoi certo tardare a soddisfare vista l’accoglienza e la dolcezza disarmanti.
Ogni tanto mi tornano in mente immagini come flash: l’ingiustizia e la degradazione del carcere, la carne imputridita alle finestre, le marce militaresche, i bambini soldato, la sporcizia ovunque, locatori come funghi, i computer dell’antiguerra, il sorriso dei bimbi, occhi che implorano aiuti, le baracche di fango di Lima, gli odori pungenti e nauseanti del mercato o delle strade di Huaraz, etc..
Ripensi a tutte quelle famiglie che fanno ore e ore di strada sulle Ande per scendere alla mensa della missione per l’unico pasto della giornata o per partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale e provi un senso di vergogna e di rabbia per la tua pigrizia alla Messa o per la tua fortuna di non avere questi problemi. E come disgustava lo sfarzo di alcuni quartieri di Lima in un mare di povertà, ora qui a casa ti accorgi un po’ di più del bisogno di chi ti sta accanto, e di uno spreco che ti da fastidio, perché gli scandali del Perù li ritrovi anche a Carpi, e forse è proprio questo il motivo per cui il Signore ti ha mandato là, per imparare ad avere occhi per vedere e riconoscerli nella tua realtà quotidiana.
Ed è vero il viaggio ti mette in crisi, inutile negarlo o nasconderlo, anche solo per la condivisione di una realtà dell’acqua non-potabile che non riesci ad accettare fino in fondo perché la condivisione vera ti tocca sempre. La povertà ti interpella, ti mette in discussione, perché ti accorgi che stai dormendo, che sei fragile, che il mondo ha bisogno e non puoi incontrarlo trincerata nei tuoi vecchi schemi e pregiudizi, e c’è il rischio di perdersi perché è un viaggio anche dentro se stessi……..ma poi c’è il Vangelo che ti dice che occorre perdersi per ritrovarsi, e allora intuisci che la direzione è quella giusta.
“Io sento che lo devo fare” è la risposta di Madre Agnese alla mia insistente domanda sul perché continua ad andare in carcere ogni settimana a portare medicine di nascosto rischiando di brutto ogni volta; ed io non riesco che rispondere la stessa frase a chi mi chiede il perché di questa esperienza “Io sentivo che lo dovevo fare” e credo che sia stata la voce del Signore che mi ha portato lassù, che mi auguro di sentire altre volte.

Posso concludere dicendo che ero già stata in terra peruviana, due anni prima con un viaggio turistico alla ricerca degli antichi Incas, dei lama e della città perduta di Machu-Pithu, ma ora posso dire che quel viaggio non mi aveva regalato niente, se non dei bei paesaggi e archeologia mozzafiato, non avevo incontrato il Perù reale ma solo la “vetrina peruviana”, era come se non fossi mai stata in quel paese, ed ora mio malgrado non posso che mettere in discussione anche i viaggi turistici.

Margherita C.


Pazienza y buon umor..!

È proprio questo lo spirito che ho trovato a Monterrey, piccola cittadina sulle Ande peruviane. Accolta per 20 giorni nel convento delle suore della congregazione “Nostra Signora della Pietà”, dove il buon umore non manca mai, ma non mancano nemmeno i problemi, che vengono risolti con pazienza e tanta preghiera.
Ogni giorno le suore accolgono 80 bambini in una scuola materna. Oltre all’istruzione offrono ai bambini una merenda e il pranzo che per molti di loro è l’unico pasto della giornata. Questi bellissimi e, almeno all’apparenza, spensierati bambini sono immersi in una povertà estrema, avendo famiglie spesso disgregate e nessuno che pensa a loro.
Oltre alla scuola materna, le suore offrono pasti a circa 80 persone, ricevendone in cambio ciò che le persone hanno da offrire: una carota, una patata, 10 céntimos (equivalgono a circa 3 centesimi di Euro). Le persone che usufruiscono del “Comedor”, così si chiamano le mense in Perù, sono bambini del collegio, anziani, persone senza lavoro… . Ultimamente le suore sono riuscite a convenzionare la struttura ai lavoratori locali che per qualche Sol possono ricevere un abbondante pasto, aiutando a sostenere i costi della struttura.
Un altro servizio offerto da queste energiche suore è la “Posta Medica”, un ambulatorio in cui gli abitanti possono trovare le medicine di cui hanno bisogno, sempre a costi bassissimi. In più una volta alla settimana è presente un dottore per visitare le persone che ne hanno bisogno.

È davvero difficile trasformare questa forte esperienza in parole. Sicuramente ho vissuto tante emozioni, tanta gioia e semplicità, difficili da ritrovare nella nostra società, sempre così indaffarata ed egoista. Il mio aiuto, piccolo piccolo rispetto alla mole di lavoro che le suore svolgono ogni giorno, l’ho svolto nella scuola materna, con i bambini dei 4 anni, aiutando suor Zoila nella gestione dei bambini e occupandomi principalmente dei due bambini un po’ più lenti. E poi dando una mano nella mensa, lavando i piatti, preparando i quaderni con i compiti per il giorno dopo, insomma dove c’era bisogno…e c’era sempre bisogno!
Ciò che rimane nel cuore sono i sorrisi di quei bambini ai quali manca quasi tutto, ma nonostante questo sono allegri, spensierati, almeno lì in quell’angolo di paradiso che per loro è la scuola materna. Mi raccontavano che spesso ci sono bambini che non vogliono andare a casa, perché lì hanno uno spazio per giocare e tante persone che gli vogliono bene, mentre a casa spesso si ritrovano da soli senza nulla da fare o da mangiare, perché i genitori sono al lavoro o comunque non sono in casa.
Quando si torna da queste esperienze non si può non fare il paragone con il mondo in cui noi viviamo, dove non manca nulla, abbiamo l’abbondanza in tutto e per tutto, ma spesso non siamo felici, non riusciamo a cogliere quanto siamo fortunati. Questi bambini invece si emozionavano quando ricevevano un po’ di latte con il cioccolato…
E poi gli abbracci e i sorrisi della gente, felice di vederti e di conoscerti solo perché venivi da lontano e stavi lì con loro, parlavi con loro..o almeno tentavi e loro con tanta pazienza cercavano di capirti e di farsi capire.
Tante cose mi sono rimaste nel cuore…ma più di tutte mi ha colpito il modo in cui affrontano le enormi difficoltà, con tanta pazienza e buon umore…e perché noi, paese “sviluppato” non riusciamo più a farlo?

Sara S.


Siamo tornate con un sorriso ancora più grande

“La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo.” (Jim Morrison)
Siamo partite con un sorriso e siamo tornate con un sorriso ancora più grande: il mese trascorso a Péréré da Carla ha davvero lasciato il segno.
Non si può certo dire che l’Africa sia una realtà uguale al nostro comune, vive in un controsenso al quale non si trova né capo né coda, ma ci sono luoghi nei quali questo controsenso sparisce. Ci siamo immerse in un clima quasi magico, nel quale col sorriso tutti i giorni abbiamo affrontato i vari compiti che ci venivano assegnati e abbiamo imparato sempre qualcosa in più da portare a casa.
La magia di sicuro ci è stata regalata dall’accoglienza che ci è stata dimostrata e dalla disponibilità di chiunque a venirci incontro.
La grande guida del nostro mese è stata Carla: ci ha dimostrato che con le parole non si ottiene nulla, ma sono i fatti a cambiare le cose; non si può certo dire che lei non ci sia riuscita! Con la sua voglia di coinvolgerci ci ha mostrato, per quanto poco si possa vedere in un mese, la sua Africa, rendendoci parte della sua realtà. Il suo mondo è pieno di piccoli sorrisi, pianti, manine, smorfiette e piccoli abbracci che scaldano il cuore e che non puoi dimenticare più.
E’ difficile ora tornare alla nostra realtà dopo aver passato un mese magico, un mese di riflessione e un mese così pieno nel quale solo con i viaggi in macchina ci rendevamo conto di quanto fossero poveri ma allo stesso tempo felici i villaggi al di fuori della missione.
Con molta nostalgia torniamo ai nostri studi e alla vita di tutti i giorni, di sicuro cambiate e di sicuro diverse. Un grazie particolare va a Carla, alle Soeurs della missione, a Martina (che è stata con noi per due settimane), ai Volontari per le Missioni che assieme al Centro Missionario che ci hanno dato la possibilità di partire, e a chiunque abbiamo incontrato sul nostro cammino.
Concludiamo con una frase che abbiamo fatto nostra durante l’esperienza: “Il ne fait jamais nuit, là où l’on s’aime” (dove ci si ama, non scende mai la notte).

Chiara P. e Silvia R.


L’Africa deve essere conosciuta, respirata e vissuta
Mozambico 9-26 agosto: un concentrato di emozioni irripetibili

Sono ormai passate diverse settimane da quando siamo tornate dall’Africa, dalla città di Maputo in Mozambico per la precisione, e ancora oggi ci capita di chiudere gli occhi e di rivedere sorrisi, panorami, di sentire gli odori di quei posti ed il calore degli abbracci ricevuti in quelle terre lontane.
Non è semplice trovare le parole per raccontare l’Africa senza il rischio di cadere in qualche stereotipo. L’Africa deve essere conosciuta, respirata e vissuta per essere compresa a fondo, proprio e hanno fatto Irene e Giannina, le missionarie che ci hanno ospitato a Maputo.
Solo entrando nel vivere quotidiano africano hanno saputo trasmetterci sensazioni e racconti nuovi.
Abbiamo capito l’essenzialità di porsi a quella semplicità senza giudicare, senza paragonarla al nostro vivere occidentale, bisogna aprire bene gli occhi le orecchie e soprattutto il cuore, a i ritmi, ai pensieri e emozioni del tutto nuove e sconosciute.
Rimanere incantati di fronte ai bambini che prendono le tue mani, che le guardano incuriosite, vedere che sono di colore di diverso eppure così uguali. Restare abbagliati dal bianco dei sorrisi che illuminava le stanza di quel centro infantile quando con semplici bolle di sapone giocavamo con loro nei momenti di pausa.
Camminare sui marciapiedi guardare incuriositi come la vita si sviluppa ai bordi delle strade, sentirsi un puntino bianco in mezzo a tutto a quel colore.
Se dovessimo riassumere quei giorni in due parole diremmo: semplicità e umanità.
Una semplicità bella, fatta di piccole cose di tutti i giorni, dove una bottiglia vuota di plastica diventa una macchinina da far correre in strada.
Oppure una umanità che la puoi toccare, per esempio, salire su quei mezzi di trasporto che loro chiamano “chapa”, e notare come la gente ancora parla tra di loro e non dove ognuno è preso dalla musica del proprio i-pod senza considerare chi si ha vicini.
Rendere viva la nostra frase sulla maglietta che avevamo il primo giorno “un giorno senza un sorriso è un giorno perso”, quello era il nostro obiettivo della nostra missione, ed è quello che abbiamo cercato di fare ogni giorno, ma soprattutto è quello che abbiamo imparato con loro; non servono grandi cose per essere sereni.
Ora ci chiediamo qual è la nostra missione, e crediamo che la nostra missione comincia ora che siamo tornate nella nostra Terra. Quello che proveremo fare è portare nelle nostre case un po’ di quel calore, cercando di rendere prezioso ogni piccola cosa che abbiamo intorno.

Monja e Lisa


Da qui nasce la decisione di sposarci e partire per la missione

Riguardando il cammino che fino a qui abbiamo percorso come singoli e come coppia è evidente come la mano del Padre sia sempre stata su di noi e come ci abbia condotto passo a passo in un percorso a volte tortuoso ma splendido che ci rende veramente felici.
La missione é sempre stata presente nei nostri cuori, il desiderio di incontrare e di condividere la vita con le persone e specialmente con i piú poveri e dimenticati di questo Mondo. Con questo desiderio siamo partiti nel 2001, quando avevamo 22 anni, per un mese in Brasile, San Paolo per una prima esperienza di missione che ci ha aperto gli occhi e il cuore all’incontro dell’altro.
Da qui nasce la decisione di sposarci e partire per la missione.
Nella ricerca di una Associazione con cui partire abbiamo incontrato, grazie a un’indicazione dell’allora nostro direttore spirituale don Giuseppe Tassi, la Associazione Comunitá Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi e l’abbiamo scelta tra tante altre perché rispondeva a ció che noi sentivamo nel cuore: condividere la vita con gli “ultimi”, partire non da grandi progetti pensati a tavolino ma dal mettere la vita con la vita dei piú poveri.
Ci siamo quindi sposati a Mirandola nel settembre 2003 e a marzo 2004 siamo partiti come volontari per un anno a Santiago del Cile. Abbiamo vissuto in una casa con 2 ragazzi cileni membri della Comunitá Papa Giovanni e un ragazzo accolto che usciva da un percorso terapeutico per tossicodipendenti e dato una mano in un Centro situato in uno dei quartieri più poveri della cittá che aveva come obbiettivo tenere lontani i ragazzi dalla vita di strada e lavorare con le famiglie per prevenire maltrattamenti. Abbiamo avuto la possibilitá di stare a stretto contatto con situazioni di povertá molto dure e di conoscere una cultura diversa dalla nostra. E abbiamo avuto il dono di conoscere tante persone che quotidianamente spendono la loro vita condividendo direttamente nelle loro casa con bambini o adulti.
Abbiamo sentito che il Signore ci chiamava a qualcosa che ci stava mostrando piano piano.
Martina, la nostra prima figlia é nata in Cile e quando aveva 5 mesi siamo tornati in Italia e ci siamo trasferiti da Mirandola a Bologna per vivere a stretto contatto con la Comunitá Papa Giovanni XXIII di cui nel 2006 siamo entrati a far parte come membri dopo un periodo di “Verifica Vocazionale”. Abbiamo lavorato entrambi in una cooperativa sociale della Comunitá per due anni e mezzo con ragazzi disabili o in situazione di emarginazione e nel 2007 ci siamo resi disponibili per partire con un’altra famiglia per la Spagna per avviare una presenza della Comunitá nella diocesi di Sigüenza-Guadalajara, vicino a Madrid.
A novembre 2007 siamo quindi arrivati in Spagna quando Francesco, nostro secondo figlio, aveva 2 mesi. In Spagna abbiamo aperto una Casa-famiglia, casa di accoglienza tipica dell’Associazione Comunitá Papa Giovanni XXIII. Con i nostri 3 figli (a maggio 2010 é nato Giovanni qui in Spagna) accogliamo in casa nostra persone che per svariati motivi hanno bisogno per un tempo piú o meno lungo di un contesto protetto in cui ricostruire la propria vita. É un’ esperienza molto profonda e arricchente, le persone accolte sono parte della famiglia, viviamo insieme, ognuno mette le proprie capacitá a disposizione e insieme cerchiamo di portare i problemi di ciascuno. In questi anni sono passate per la nostra casa una quindicina di persone tra ragazze incinta con poi i loro bimbi, giovani mamme, adulti con problemi psichiatrici, giovani con problemi di disagio sociale. In questo momento vivono con noi un signore di 51 anni, un bambino di 4 anni in affidamento familiare e 2 ragazzi di 20 anni con storie diverse e difficili.
Viviamo l’inestimabile dono di essere parte di una Comunitá con cui camminiamo e in cui ci sosteniamo e accompagniamo nelle gioie e nelle fatiche di ogni giorno. Il Signore continua a guidare i nostri passi e ci parla attraverso le persone che incontriamo e che vivono con noi. Ci siamo riconosciuti nella vocazione della Comunitá Papa Giovanni XXIII: seguire Gesú povero, servo e sofferente che espia il peccato del Mondo nella Condivisione diretta con gli ultimi.
Ringraziamo per la possibilitá che ci é stata data di dare questa nostra piccola testimonianza che ci fa sentire uniti alla Diocesi di Carpi e alla Parrocchia di Mirandola a cui dobbiamo tanto e a cui ci sentiamo profondamente legati.

Matteo e Paola V.


Numero 29, Pagina 20

INTERVISTA A SUOR CARMEN PINI

Enzo:
Nel cammino di questi 25 anni abbiamo incontrato e lavorato con le Suore della Congregazione delle Figlie del Sacratissimo Cuore di Gesù, di Modena.
Ci rivolgiamo ad una di loro, Suor Carmen Pini, per chiederle di parlarci della presenza dei Volontari nella missione, quali i loro servizi nel territorio e come i cristiani, la gente del posto hanno visto il loro lavoro.

Suor Carmen:
Siamo andate e rimaste nella missione di Klouekanme, in Benin, durante 15 anni e sin dagli inizi abbiamo avuto accanto a noi la presenza dei Volontari. Non avremmo potuto certamente realizzare diverse iniziative senza la loro generosa e fattiva collaborazione! Tante sono state le persone venute a darci una mano: uomini e donne, ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, studenti e medici, infermieri, muratori, falegnami, sarte. A tutti veniva chiesto un servizio fraterno, rispettoso di una cultura, di un mondo tanto diverso da quello italiano. A tutti, secondo le diverse capacità, l’impegno di rendersi utili! Prima di venire in Benin ciascuno ha cercato di seguire un corso di preparazione e a chi non ha potuto abbiamo caldamente proposto di rivedere o studiare il francese per poter comunicare direttamente con le persone del luogo, di cercare di conoscere la storia di questo popolo, usi , costumi , religioni, aspetti geografici, climatici ecc.
Prima della venuta dei volontari in comunità si preparava un progetto che, possibilmente, doveva terminare nel periodo della loro presenza oppure essere terminato poco tempo dopo.
Ascoltando e guardando i bisogni della gente parlavamo tra noi per studiare come poter intervenire, ascoltavamo e chiedevamo consigli al nostro Parroco Beninese, Abbè Moise Akakpo e al Consiglio pastorale. Essi sono stati ricchi di consigli e di tanta collaborazione. Per progetti importanti sempre si metteva al corrente il Vescovo, se era d’accordo si procedeva altrimenti ci si fermava.
La venuta dei Volontari ci ha così permesso d’intervenire in tanti modi: costruzione di un santuario mariano a Tchanvedji, di una maternità a Adjahonme, di cappelle, dispensari eec. È stato dato il via ad un centro di falegnameria, di apprendimento di cucito per ragazze ,aiuto per l’acquisto di cemento per i numerosi pozzi in diversi villaggi. Tanti ragazzi hanno potuto essere avviati o aiutati negli studi o a centri particolari, come ad es. la scultura. Preziosa sempre, nel campo sanitario, la presenza dei volontari, sia affiancando il lavoro delle suore, sia accompagnando casi gravi e urgenti all’ospedale, alla maternità o nei centri nutrizionali, disponibili in tutti i momenti ad un servizio di pronto soccorso.
A nessuno veniva chiesto la religione praticata, la lingua, l’etnia, ognuno era un fratello da accogliere, ascoltare, amare. Ciò che per noi suore era importante, era che i volontari, arrivando camminassero come in punta di piedi, sentendosi ospiti in casa d’altri, con un grande senso di rispetto e non sentendosi i più bravi, capaci, intelligenti ma sapendo che avevano anch’essi tanto da imparare.
La gente ha certe abitudini, tanta esperienza, ascoltando la loro saggezza imparavamo tante cose! Ci dicevano, ad es. “non conviene ora cominciare un pozzo perché la stagione delle piogge s’avvicina,…” oppure, “il sindaco ci chiede di riparare le buche sulle piste… non è compito nostro ma del governo, se lo facciamo, ad ogni stagione ce ne faranno un dovere!”.
Molte volte la gente rimaneva stupita dallo stile di vita dei volontari, dei loro rapporti semplici, aperti al dialogo e alla voglia di capire, di conoscere tante cose. Spesso andavano dal parroco a chiedere il perché di tale comportamento. La risposta del sacerdote, dei volontari era sempre la stessa : abbiamo ricevuto tanto nella nostra vita, il dono della fede in Cristo Gesù ci chiede di condividerlo!
Questo popolo ha alle spalle anni di dominio coloniale ed i bianchi, in genere, erano visti non molto bene ma il modo di fare dei volontari ha posto loro tanti interrogativi e tante richieste di spiegazioni. Non riuscivano a capire come mai ragazzi come loro avessero rinunciato a fumare per un anno intero e così pagarsi ilo viaggio o altri che si erano astenuti da cinema o teatro e venuti a sudare copiosamente tra loro, rischiando di beccarsi la malaria o una verminosi o altro!
I rapporti con le suore erano improntati da una franca e aperta collaborazione, molto semplice e fraterna, in un dialogo aperto e sincero. Molte le sorprese degli Italiani per la frugalità della vita, per i ritmi di lavoro, la lingua, il clima, i colori… per un mondo di novità che piano piano, imparando a conoscere le persone, venivano accolte. Il più possibile le persone del posto erano coinvolte nei vari progetti, ad es. per lo scavo di un pozzo la gente decideva, dopo tanti incontri, il villaggio più bisognoso, cercava le persone per lo scavo, per la costruzione di un rullo per portare via la terra, ecc. La missione interveniva per l’acquisto del cemento, che sempre aveva un prezzo abbastanza elevato.
Nelle costruzioni sempre il geometra, i muratori erano affiancati da un capo- mastro locale e da giovani ragazzi che desideravano imparare il mestiere, oggi tanti sono muratori, falegnami affermati!
Quasi sempre le iniziative andavano in porto ma a volte ….non tutte le ciambelle riescono col buco!
Adjahonme è un villaggio ove l’acqua si trova ad una profondità di 50-60 mt. ,come fare per i lavori di costruzione della maternità? Avevamo pensato ad una cisterna in muratura sopra- elevata e ad un camion- cisterna che si trovava a Bhoicon (60- 70 Km) per avere sempre l’acqua a disposizione.
Il camion riempì la cisterna il giorno prima dell’arrivo dei volontari . Questi, dopo una bella dormita, i saluti al Parroco e alle autorità locali si recarono sul luogo ove doveva sorgere la costruzione…la cisterna non esisteva più! I muratori non l’avevano cinturata ( non so se si dice così) con della barre di ferro e le pareti della cisterna, col peso dell’acqua, si erano aperte, innaffiando tutta la sterpaglia circostante! Vi lascio immaginare quale delizia questo spettacolo! I nostri amici, accanto al loro servizio concreto portavano materiale specifico e anche…mortadella, salami e maccheroni! Era però gradita la polenta, il cous-cous e i vari cibi locali.
Un giorno alcuni volontari avevano deciso di acquistare una damigiana di vino bianco che si vendeva a tutti gli angoli delle strade (le suore erano state giudicate avare poichè in tavola non servivano che acqua!), andando per l’acquisto chiesero di assaggiarlo…il venditore era stupito e diceva di no, di no, ma i volontari insistevano aumentando il prezzo (pensavano che fosse questo il motivo di rifiuto), quando finalmente qualcuno che riusciva a spiegarsi meglio, intervenne nella discussione e venne spiegato il motivo del rifiuto… tutto si concluse tra grandi risate! Le damigiane contenevano benzina!
Ancora ci sarebbero tante cose da raccontare ma mi fermo … mi preme però dire un semplice ma profondo GRAZIE ai Volontari che sono passati e a quanti, in tanti modi, ci hanno sostenute e aiutate! Dico a tutti l’espressione brasiliana “Deus paghi”!
E al presente? Siamo di nuovo rientrate da 10 anni in Benin , viviamo in uno dei quartieri periferici della capitale, Agla-Akplome e dal ’97 abbiamo aperto una casa di spiritualità a Togbin, a 500 metri dall’oceano.
Abbiamo ricominciato con la presenza dei Volontari , con iniziative di corsi di educazione sanitaria, igiene familiare, corso d’elettricisti per ragazzi. Al presente … abbiamo in cuore un grande desiderio, quello di aiutare la diocesi ad ultimare i lavori del santuario dell’adorazione perpetua, la chiesa è già coperta ma manca l’intonaco … e i fondi sono finiti!
Vi è pure in corso l’avvio di una cooperativa di pescatori, occorre tanta pazienza e tempo ma siamo già a buon punto!
Che dire ancora? Che la Madonna ha camminato con noi e la sua materna presenza è stata tangibile tante, tante volte! A lei la nostra filiale e amorosa gratitudine!
A tutti coloro che desiderano fare questa esperienza dico solamente che in missione è più quanto si riceve che quanto si dona ,quando lo si fa con un cuore aperto e generoso siamo noi i primi a riceverne beneficio. Inoltre, non dimentichiamo, quando noi pensiamo agli altri…il Signore pensa a noi , a lavorare per Lui, ci si guadagna sempre!

Suor Angela e Suor Carmen


Numero 33, Pagina 17

I Presidenti dalla fondazione ad oggi


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10-10-2010: la festa per il 25° anniversario


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Anno 2011, Numero 8, Pagina 19

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