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VOLMISSION


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2006

25° Anniversario


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Numero 2, Pagina 15


Numero 10, Pagina 16


Numero 13, Pagina 3


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È ora d’incamminarsi

È ora d’incamminarsi, debbo percorrere quasi un chilometro a piedi prima di arrivare. È la notte di capodanno e ho pensato di assistere alla messa di mezzanotte nella chiesa “Matriz” di Itaberai nello stato del Goias in Brasile. Mi trovo qui in qualità di volontario presso un “centro per minori”, una sorta di doposcuola, dove operano sacerdoti modenesi. La notte è tiepida e profumata con un cielo stracolmo di stelle. Cammino con passo veloce, percorrendo il lungo viale che dalla casa dei “padri” porta alla “Matriz” e mi sembra di sentire echi di musiche e canti lontani. Ricorrenti nei periodi natalizi, nella mia Italia. Mi avvolge una coltre di nostalgia e penso alla mia famiglia ed a tutto il mio piccolo mondo rimasto a casa. Non posso però indugiare molto, ho raggiunto la fine del viale e, dopo una svolta a destra ed una a sinistra e poi ancora a destra mi trovo di fronte la “Matriz” (dedicata a nostra Signora della Badia). Il nome è imponente (madre, matrice) ma la chiesa non è grande. È stretta e lunga, di stile coloniale, con una navata unica che sfocia nell’altare centrale e si allarga da ambo i lati in due cappelle sussidiarie. All’esterno, nel parco che la circonda, composto d’alberi d’alto fusto e cespugli fioriti c’è il campanile, tre pali ed una campana piccola, piccola. Il tutto, fiocamente illuminato, mi trasmette un senso di pace e serenità che sovrasta la malinconia precedente. All’ingresso incontro una ragazza molto giovane su una carrozzella che distribuisce fazzolettini bianchi con in un angolo la scritta “feliz ano novo”. La cosa mi sorprende piacevolmente e, col mio fazzolettino, vado a cercarmi un posto per assistere alla funzione che inizia di li a poco. Sulla destra dell’altare c’è un suonatore di chitarra con una cantante ed all’ingresso del sacerdote danno inizio alla musica mentre noi fedeli sventoliamo i nostri fazzolettini. Si entra così nel coinvolgimento personale e di gruppo con la funzione che si sta svolgendo. Si alternano atti di fede e preghiera a momenti di musica canto e sventolio in un crescendo che culmina con lo scambio di auguri di pace. C’è un desiderio fisico di affetto e amicizia gli uni con gli altri. Vedo nei volti apparire sguardi di gioia ed un’espressione d’amore per il prossimo che trascina e coinvolge. E intanto si arriva alla Comunione e tutta questa atmosfera si trasferisce nell’espressione raggiante di chi va a ricevere Gesù. Poi la S. Messa finisce ed i fedeli se ne vanno ma nell’aria e nei cuori resta ancora la magia che Essa ha creato. Intanto l’anno vecchio se ne è andato ed il nuovo ha preso possesso del mondo in maniera irreversibile. Speriamo che nel suo corso non ci dispensi solo disgrazie e malvagità. A me,comunque resterà sempre il ricordo di questa notte a queste latitudini, sotto questo cielo, con queste persone ho vissuto momenti di straordinarie emozioni scoprendo quanto possa essere bello un mondo senza malvagità, pieno d’amicizia e fazzolettini bianchi bene auguranti!!

Domenico G.


Una esperienza fantastica, non la dimenticherò mai più!

Sono partita per il Brasile il 30 novembre 2006. Erano molti anni che pensavo di fare un’esperienza di volontariato ma i “casi della vita” non mi avevano mai portato a mettere in pratica questa idea. Avevo sempre creduto che quando sarebbe arrivato il momento sarei andata in Africa e non avevo mai preso in considerazione (e non so il perchè) il Brasile... fatto sta che dopo qualche mese mi sono ritrovata in volo verso il Goias con destinazione Itapirapuà nel pieno centro del Brasile!
Le emozioni erano tante, dalla paura dell’incognito alla felicità per l’arrivo in Sud America.
L’organizzazione “Modena Terzo Mondo” si è dimostrata da subito perfetta e dopo l’arrivo all’areoporto di Goias, sono stata messa su un autobus da una volontaria venuta a prendermi all’areoporto e dopo 5 ore di lungo viaggio eccomi ad Itapirapuà! Che nome buffo,vero?
La famiglia che mi ha ospitato era composta da sole donne, mamma, figlia...e anche il cane era una femmina, Lilinka, un cucciolo di bassotto allegro e scatenato. Si dimostrano subito molto accoglienti come tutti i volontari che incontro la sera stessa del mio arrivo, il che risulta essere fondamentale in un luogo dove ci si troverebbe altrimenti soli. Itapirapuà è il tipico paese Sud Americano bruciato dal sole, non ci sono grandi monumenti, nè strade importanti o negozi, le vie sono assolutamente deserte durante il giorno, le persone incominciano a fare capolino dalle case quando la temperatura incomincia a calare. Fa un caldo tremendo. Una delle cose che non dimenticherò mai è il colore rosso fuoco della terra. Ne ho portata un po’ a casa, dentro ad un vasetto di Maionese Brasiliana, non voglio scordare quel colore così intenso.
Gli abitanti di Itapirapuà sono simpatici e molto socievoli specialmente con noi volontari, tante volte siamo stati invitati a pranzo da queste famiglie che ci hanno sempre trattati come se ci conoscessero da sempre.
Essenziale è stato lo spirito di adattamento, che in un viaggio del genere non deve mancare, il cibo è particolare ma sopratutto le condizioni igieniche non sono uguali alle nostre.
L’esperienza è davvero fantastica, è stato un mese che non dimenticherò mai. Ho visto tantissime cose che mai avrei pensato di vedere, ma i momenti più belli sono stati quelli trascorsi insieme ai bambini al Cèpami il centro ricreativo costruito da Modena Terzo Mondo per tenerli lontani dalla strada nelle ore in cui non vanno a scuola. Quando sono arrivata, una parte del centro doveva essere ancora terminato, quindi le nostre attività si intervallavano dal giocare con i bambini ed aiutare le loro maestre nel tenerli impegnati in varie attività allo scrostare e dipingere i muri del Cèpami. E’ stato molto divertente, anche se a volte è difficile lavorare quando hai attorno decine di bambini che ti portano via i pennelli e le scope per pulire, più che altro è assolutamente impossibile riprenderli, sono agili e veloci come il vento!!! Ridono sempre, sono dispettosi come le scimmie, ma quando esci dal Cèpami e ti ricordi quello che c’è intorno a questi bambini, non puoi non perdonarli.
Non ci sono parole per descrivere quanto questo viaggio mi abbia fatto “ andare avanti” e lo consiglierei a chiunque abbia voglia di vedere un’altra piccola parte di mondo.
Vorrei chiudere con un pensiero e un ringraziamento speciale alle persone che hanno permesso che io vivessi un’esperienza così bella (Don Fabio, Enzo e Luca) e a tutte quelle che hanno vissuto con me quei momenti indimenticabili (Valeria, Gianluca, Valentina, Marianca e Giusy) per non parlare della mia mamma brasiliana, Wanda, con la quale ho condiviso racconti ed esperienze di vita comune.
Ci sono avvenimenti nella vita che non si possono scordare, questo è uno di quelli.

Giulia


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L’ALBANIA CHE SA SORPRENDERE

È difficile provare a raccontare la mia esperienza in Albania. Non avrei mai pensato che in meno di nove mesi sarei andata in questo paese per ben tre volte. E non avrei mai immaginato che ogni volta l’ Albania sapesse sorprendermi e spiazzarmi.
I primi due viaggi sono stati legati alla collaborazione nata con l’università cattolica. L’esperienza di insegnare farmacologia ai futuri infermieri mi ha dato l’opportunità di mettere a disposizione di altri la mia formazione scientifica: come sempre è stato molto di più quello che ho ricevuto che quello che ho dato e penso che tutta questa esperienza è stato un vero e proprio dono per la mia vita e la mia fede.
È stato però con il viaggio che ho fatto quest’estate in luglio che ho potuto conoscere meglio questa terra e i suoi abitanti.
L’occasione è nata quando mia zia Suor Caterina, mi ha chiesto di accompagnarla in Albania per portare a destinazione due container di materiale sanitario e non, indispensabile per due missioni: una presente a Durazzo e una a Gramsh (nell’interno dell’Albania).
Durante la mia permanenza ho potuto verificare di persona di cosa ci fosse l’effettiva necessità e sicuramente i momenti più importanti e significativi sono stati le visite ai poveri e aver visto l’organizzazione della farmacia a Durazzo e dell’ambulatorio medico a Gramsh.
Sono tante le cose e le considerazioni che ho portato a casa con me: sicuramente l’aver visto in Albania una chiesa viva, capace di vedere le vere necessità dei fratelli, capace di promozione umana e non solo di assistenzialismo. Le suore pensano alla reale crescita delle persone, puntano a far camminare da soli e sono capaci di testimoniare un volto del Padre che si prende cura dell’uomo, che non fa differenze, che ama senza misure e calcoli. Ogni giorno le suore sono capaci di far strappare “un applauso per il Padre” con il loro lavoro e la loro gratuità e tra mille difficoltà non si lasciano abbattere, perché il loro cuore non si riempie di affanni, ma se lo lasciano continuamente ricolmare dall’amore di Dio che aiuta a dare le giuste priorità.
Mette veramente in discussione poi l’ospitalità, l’accoglienza e la condivisione di cui solo i poveri sono capaci. Tante sono state le famiglie incontrate e tante le situazioni complicate che le suore provano ogni giorno a risolvere: tra tutti ricordo alcune famiglie con in casa handicappati gravissimi da curare, altre di una povertà estrema che abitano in stanze piccolissime. Pur vedendo la povertà ogni giorno per televisione, non è la stessa cosa osservarla e toccarla in questo modo. Forse ti cambia nel momento in cui riesci veramente a cambiare qualcosa della tua vita una volta tornati a casa. Questo mi ha fatto mettere in cammino e mi interroga ogni giorno sul senso profondo della sobrietà.
Rimane il fatto che è proprio spiazzante vedere come queste persone che non possiedono niente, solo per il fatto che le sei andate a trovare, ti vogliono regalare a tutti i costi una gallina. Oppure vedere che avrebbero bisogno di tutto perché vivono in dieci in una baracca e alla domanda “come vi possiamo aiutare, di cosa avreste bisogno?”, non sanno come rispondere e rimangono in silenzio.
Il viaggio in Albania è stato un vero e proprio viaggio al cuore di un paese, al cuore delle persone… nel bel mezzo della povertà di tanti villaggi e di tante case e l’incontro con i poveri è stato così pulito e trasparente che disarma completamente. Ho capito molto meglio perchè Gesù prediligeva i poveri, ma ho capito anche che è necessario un lento lavoro su sé stessi perchè a volte lo stomaco fa un po’ fatica a rimanere in quelle stanze, a volte le proprie mani tirano indietro e non vogliono stringere la mano di quella persona.
Insomma non tutti hanno l’occasione di conoscere un paese in questo modo e non tutti hanno l’opportunità di osservare i problemi e di provare con la propria creatività, con la propria fede e intelligenza a capirli... e per di più provare a fare qualcosa.
E’ difficile da spiegare, però vedere persone come le suore che si spendono in questo modo per gli altri, da veramente speranza e fa sognare in grande: interroga profondamente su come si sta spendendo la propria vita, in cosa stiamo “perdendo” tempo e che amore riusciamo a mettere in circolo nelle scelte che facciamo, nelle amicizie, nelle persone che ogni giorno incontriamo.
Se dovessi fare una sintesi, i poveri e i bambini sono stati i veri protagonisti del mio viaggio e mi porto nel cuore i loro occhi, le loro mani un po’ sporche che stringevano le mie, i loro sorrisi accoglienti. Non ho mai incontrato occhi arrabbiati, anche se a volte avrebbero avuto tutto il diritto di esserlo e anche questo fa pensare tanto: perchè i nostri occhi a volte sono molto più arrabbiati dei loro.
Ho incontrato anche occhi pieni di tristezza e di sfiducia, ho incontrato occhi felici del niente che avevano.
La consapevolezza è che anche da qui possiamo fare tanto, che non possiamo fare finta di niente. E non possiamo neanche pensare di risparmiare energie per il prossimo, tenendo però sempre presente che c’è bisogno di un cuore formato sulla roccia che è Gesù, capace di parole significative che sanno testimoniare il vero volto del Padre e che non smette mai di crescere nell’amore e nella relazione con il Signore.

Anna C.

A GRAMSH CONSACRAZIONE DELLA PRIMA CHIESA CATTOLICA

“È ancora vivo in noi il ricordo di quanto abbiamo vissuto durante la bellissima giornata di festa per la Consacrazione della Chiesa “S.Maria - Regina della Pace”. La vostra partecipazione affettuosa espressa in tanti modi (con la vostra presenza, lettere, telefonate, preghiere, S.Messe….) è stata un legame prezioso che ci ha uniti per ringraziare il Signore. La nostra riconoscenza è grande e continuiamo a stare uniti in questa cordata per vivere quanto il Signore ha sognato da sempre, per ciascuno di noi. A tutti voi, il nostro più caro e affettuoso saluto.”
Ecco cosa hanno scritto suor Attilia, suor Vincenza e suor Marinora dopo la consacrazione della prima chiesa cattolica a Gramsh, paese situato nel sud dell’Albania, avvenuta il 2 marzo scorso.
Giorno di festa innanzi tutto per questa comunità nata nel 2001, ma giorno di festa anche per noi, che, con il nostro piccolo aiuto, attraverso il Centro Missionario, abbiamo dato una mano affinché questo sogno si potesse realizzare.
E questo nuovo sogno che è diventato realtà, dà inizio alla sua storia con alcuni segni molto importanti che diventano motivo di riflessione anche per noi.
Innanzi tutto il fatto che questa chiesa è dedicata a Maria, colei che ha saputo fare scelte fondamentali per la propria vita; scelte che però sono diventate fondamentali anche per l’intera umanità. Ecco allora che ogni cristiano di Gramsh è chiamato a vivere gli stessi dinamismi che hanno mosso Maria e che le hanno permesso di allargare il cuore e fare spazio a una storia inedita.
Maria infatti si lascia mettere in movimento dalle parole che riceve e che accoglie dall’angelo. Spesso quando Dio ci mette in moto verso il futuro e ci chiama a un nuovo progetto, il nostro sguardo si intorpidisce, non riesce più a vedere chiaramente le cose come stanno. Il nostro cuore e la nostra testa si riempiono di domande: “Sarò capace? Ma se è troppo dura? Se poi non ce la faccio?” La preghiera che faccio è proprio quella che questa piccola comunità abbia sempre bene a mente che solo Dio ci conosce profondamente e solo Lui ci può aiutare a leggere la realtà per quello che è veramente, senza paure e timori, con la certezza che non ci lascia soli. Testimonianaza di questo sono state le suore, che fin da subito hanno creduto in questo progetto, pur tra mille imprevisti e difficoltà.
Maria è anche colei che ha saputo intessere grandi amicizie, attraverso le quali ha capito in maniera sempre più profonda a cosa Dio la chiamava (vedi il rapporto con Elisabetta). Maria è la serva del Signore, colei cioè che ha bisogno giorno dopo giorno di essere educata e formata da Dio. È concreta e tenace, vive il dolore sotto la croce, ma non si lascia bloccare da esso.
Tanto dobbiamo imparare da Maria: la sua fiducia, il suo modo di amare, di tenere a botta nelle difficoltà senza mandare tutto all’aria per poca speranza,il suo serbare tutto nel suo cuore, il suo discernimento.. tutte cose che chiediamo per la Chiesa intera, ma in particolare per questa nuova chiesa a cui possiamo essere vicini con la nostra preghiera.
L’altro segno è che questa comunità è formata soprattutto da donne. Sappiamo che nel vangelo sono state proprio loro le prime a ricevere l’annuncio della Resurrezione, la buona notizia che cambia la nostra vita. L’altro augurio è proprio questo: che queste donne, ragazze, bambine siano capaci per prime di testimoniare a tutti che Gesù è veramente risorto.
Giorno di festa quindi, in cui dobbiamo prima di tutto ringraziare Dio per il dono di suor Attilia, suor Vincenza e suor Marinora che hanno saputo trasformare un vecchio capannone, al centro di Gramsh, in una nuova chiesa. Il loro impegno, la loro fede, il loro coraggio, la passione che mettono nel fare ogni progetto, diventano fonte di forza affinchè anche ognuno di noi possa dire che “Gesù è il Signore”.


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Se Sastre mi ha battezzato, Victor mi ha Cresimato

- Monsegneur, où es-tu?
E’ quanto riesco a dire e a ripetere con la mente, mentre mi avvicino trepidante alla tomba del Vescovo Sastre (1926-2000) posta nella cripta della Cattedrale: un alto sarcofago in muratura, che occupa quasi per intero la cappella dirimpetto all’altare. Le mie preghiere di suffragio sono sommerse da una folla di ricordi e di voci lontane: qui tutto parla di Lui e della nostra lunga amicizia, di una reciproca stima, di confronti tra il suo realismo ed il mio idealismo, di interminabili gioiose conversazioni…
- Ti so nella pace, finalmente libero di dedicarti al tuo Signore, sciolto da acciacchi e affanni e dal laccio della povertà.
La commozione sale.
- Io sono qui per un intimo, struggente dovere, forse per chiudere la mia parentesi africana e salutare il tuo popolo, il tuo clero, le tue suore, una sessantina ormai, che si apprestano a rinnovare o ad emettere i loro voti.
Sento una mano sulla spalla. E’ Victor che mi invita delicatamente a recitare con lui una preghiera. Quel tocco è come un segno, una delle indicazioni realistiche dell’amico scomparso.
Monsignor Victor Agbanou è il suo successore, terzo Vescovo della chiesa di Lokossa, posta nella vasta regione bagnata dal Mono e dal Couffo, che conta circa un milione di abitanti, ove i cristiani non raggiungono il 20%. Egli, due giorni dopo, con una felice intuizione mi invita a celebrare con lui nella cripta della cattedrale: siamo solo noi due, di fronte a noi la tomba di Sastre. Sembra addirittura lui, nel sereno e spontaneo ricordo di tante sue espressioni e delle sue chiare posizioni, a commentarci la Parola del Signore, che ci invita ad una consuetudine alla solitudine e al rispetto per la verità che può nascere dalla critica, per la maturazione delle persone, favorita più dalla “debolezza” dell’ascolto che dal “potere” del diritto.
Una giovane donna, alta, elegante attraversa lentamente l’area scoperta della Cattedrale, offrendo a noi, fermi col Vescovo a misurare e progettare sulla prossima copertura del tetto, un’immagine simbolica di quello che sarà questa cattedrale: grande, slanciata, nobile. “Riusciremo noi poveri a fare qualcosa di bello per Dio?” commenta Monsignor Victor. Guardando alla storia delle nostre grandi cattedrali d’Europa dovremmo dirgli di sì.
Osservo la delicatezza con cui Victor in ogni celebrazione mi presenta all’assemblea: “l’amico di Monsignor Sastre”. E come tale sono accolto dal clero, che in buona parte incontro e riconosco nel Noviziato di Sé per la liturgia della professione semplice di Hortense, e, il giorno dopo, nella parrocchiale per la professione solenne di Françoise, di Victorine, e Hortense per sempre “Servantes de la lumière du Christ”. Per questa offerta non c’è migliore occasione della festività della Candelora, che mentre da noi ha il significato di un anticipo della Luce, dopo le tenebre dell’inverno, qui è il riconoscimento della pienezza di Luce che è il Cristo. Certo col sole che già alle dieci del mattino picchia caldo e luminoso, tenere in mano una candela accesa parrebbe un controsenso, ma nella cera che si va sciogliendo tra le mani recupera un suo senso.
Sastre vive in Victor, nel suo clero, che si sta affezionando al nuovo Pastore, e nelle sue Figlie, il cui vuoto, lasciato dalla scomparsa del Padre, Maestro e Fondatore, è dolcemente colmato dalla vicinanza del clero e del popolo. Nella stessa assemblea faccio ufficialmente domanda al Vescovo di predisporre nel giro di due anni un gruppo che venga da noi perché l’interscambio nella chiesa sia sempre più concreto e la memoria della nostra amicizia sempre viva. L’invito è stato accolto con un gioioso applauso e mi sa che Suor Angèle, che più volte è stata nostra ospite, stia impartendo di sottobanco lezioni di lingua italiana.
Da come i preti qui mi accolgono, mi salutano, anche quelli che ancora non conosco, e mi avvicinano con piacere, preoccupati quasi di sottrarmi all’isolamento, cui la diversità di pelle e di lingua (o la timidezza) potrebbe condannarmi, capisco che un po’ m’abbiano adottato… Ed io l’ho accettato. Il Vescovo stesso il giorno successivo, domenica 3 febbraio, mi assegna per così dire la cappella secondaria del suo villaggio di origine (Oudemè nella parrocchia di Hacodechà) e mi consegna a quella gente del lago, semplice, simpatica e lieta. Sono a mio agio in questa che a me richiama quell’angolo del lago di Tiberiade, ove Pietro ha fatto la sua dichiarazione: Tu sai che io ti amo! Parlo in chiesa: una suora traduce in Francese e il Vescovo stesso nel dialetto locale, di cui non capisco una parola. Ma Victor mi rassicura: hai fatto buona impressione a tutti! Mah! So che in questi giorni mi sono esposto per questa chiesa e per la sua gente: non posso più tornare indietro. Ieri nell’omelia di Victor un’espressione m’aveva colpito, l’invito a fuggire la mediocrità: spauracchio di parola, che fa trepidare da giovani e da meno giovani! Questa Africa crescerà con me e non sarà certo una palla al piede. Davvero se Sastre mi ha battezzato nel segno dell’Africa, Victor mi sta confermando!

Don Bruno G.

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