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VOLMISSION


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1991

25° Anniversario


Numero 1, Pagina 4


Numero 1, Pagina 5


Numero 3, Pagina 1


Numero 3, Pagina 4


Numero 9, Pagina 4


Numero 14, Pagina 6


Numero 21, Pagina 4


Il toccare con mano e ”sporcarsi”

La mia esperienza in Benin è stata, come penso per molti, illuminante, mi ha portato sotto gli occhi in prima persona un mondo che esisteva principalmente sui telegiornali o nello sguardo vibrante di chi tornava dall’Africa.
Il poter toccare con mano e “sporcarsi” le mani vivendo lontano da casa e dalle principali comodità, mi ha permesso di mettermi in gioco anche se 21 anni sono pochi per poter apprendere appieno il significato di una tale esperienza; per un ragazzo di quell’età che vive in Italia il fatto di dover partire per circa 1 mese per l’Africa (e non in vacanza) va un po’ contro corrente e soprattutto difficile, se hai (come nel mio caso) una cerchia di amici che non ti asseconda e non capisce il significato di tali scelte.
Comunque sono passati 20 anni ma il ricordo indelebile di quei giorni rimarrà sempre nel mio cuore e spero di trasferirlo nei miei figli (ora ancora piccoli) per capire che siamo cittadini del mondo e siamo stati creati per poter far qualcosa per gli altri.
Il bello comunque di una tale esperienza, è che a parte l’ aspetto umanitario, vieni a trovarti in situazioni decisamente fuori dal comune a cui non sai come reagire se non con la pazienza e la consapevolezza di essere all’interno di una realtà che non è la tua, quindi ospite e non padrone di casa.
Ad esempio si usava un po’ di tempo fa, quando eri ospite di qualcuno, mettere le pattine per non rovinare il pavimento con le scarpe sporche e quindi lasciare il segno del proprio passaggio e portare un piccolo dono omaggio segno della propria gentilezza.
Così mi sono calato nella parte anche se un po’ a fatica di ospite cercando di lasciare traccia del mio passaggio senza “sporcare” il pavimento e con umiltà donare me stesso e quello che sapevo fare.
La mia presenza a Klouèkanmè ha coinciso con i preparativi del locale dove adibire la scuola per falegnami, ed io dovevo aiutare Enzo Galavotti nel coordinare i ragazzi.
Non mi sto a dilungare con la descrizione dei lavori ma di fatto si doveva effettuare uno scavo per poter alloggiare i cavi elettrici del generatore di corrente e io dovevo controllare i ragazzi adibiti al lavoro. Il caldo era veramente insopportabile, e forse perchè venivo da un gennaio piuttosto rigido faticavo ad adattarmi, e mi stupivo dei ragazzi che stavano scavando sotto il sole con le loro caratteristiche zappe dal manico corto della loro resistenza. Non era servito a nulla allungargli il manico e dimostrargli che avrebbero fatto molta meno fatica ma tant’è, devi accettare modi e usi di vivere lontani dalla tua logica.
Ebbene, ancora non mi capacitavo della loro resistenza e dopo aver lodo dato le direttive mi ero assentato un attimo per dissetarmi. Al mio ritorno distratto da un altro particolare non avevo notato che lo scavo non era proseguito nonostante tutti fossero al lavoro e che la terra scavata non veniva regolarmente vuotata con le carriole. Dopo qualche tempo mi assentai ancora e al mio ritorno trovai tutti al lavoro, ma ancora notai che lo scavo nei minuti di mia assenza non proseguiva.
Ancora impressionato della forza fisica di quei ragazzi, che stavano lavorando sotto il sole già da un po’, proposi una sosta per potersi dissetare e riposarsi. Loro accettarono di buon grado contenti di potersi riposare.
Comunque non mi ero accorto che effettivamente mi prendevano in giro, appena non ero a controllare, come magicamente si arrestavano e si riposavano all’ombra. In effetti dalla casa del volontario al cantiere mi vedevano arrivare appena in tempo per mettersi a lavorare.
Se all’inizio ero alterato, dopo aver visto che mi guardavano con un sorriso (avevano capito che avevo capito) mi sono messo a ridere con loro complimentandomi dell’arguzia...
In Africa è così: se non fai una cosa adesso la puoi fare dopo o domani o chissà... il sorriso e la stretta di mano sinceri, e non fasulli come spesso accade da noi, mi sono entrati nel cuore e non mi lasceranno mai.

Emanuele B.

GRAZIE GIORGIONE!

Nei primi anni della nostra attività a Klouèkanmè abbiamo potuto lavorare con attrezzature molto valide create appositamente per noi volontari da un Vigile del Fuoco di Carpi con notevoli capacità di realizzazioni meccaniche.
Il nostro amico si chiama Giorgio Sabatini ma tutti lo conoscono con il nome di GIORGIONE per il fisico robusto.
L’attrezzatura che ci aveva preparato consisteva in un castello a tre piedi molto funzionale e adatto a calare e far risalire gli operai che scavavano nei pozzi. Poi, con il suo ingegno, progettò anche un paranco (vedere foto allegate) che permetteva in tutta sicurezza ad un sola persona di riuscire a calare l’operaio che doveva scavare ed anche a farlo risalire. Con la semplice attrezzatura precedente servivano minimo 2 uomini per la discesa e 3 - 4 per la risalita. Questo è stato un bel regalo che Giorgione ci ha fatto.

Enzo


L’Abbè Moise = la gratitudine!!

Fra i tanti ricordi “speciali” che ho delle mie missioni in Africa uno di questi è legato a questa persona che mi ha colpito per la sua cultura e figura di vero Pastore.
Sapevo che era stato scelto come suo segretario dal Card. Gantin, decano del Sacro Collegio e, con quell’incarico visse in Vaticano alcuni anni al termine dei quali tornò come semplice sacerdote, senza rimpianti, nella sua amata parrocchia in Benin.
Quando i volontari arrivavano alla Missione di Klouèkanmè alla prima domenica, al termine della messa venivano presentati ai fedeli. Una bella abitudine che ci aiutava a “rompere il ghiaccio” con questo popolo molto più cordiale di noi.
La seconda volta (1989) che fece la presentazione mi sentii di ringraziarlo dicendogli che lo consideravo come se fosse il mio Parroco e Klouèkanmè la mia seconda parrocchia. Lui ne fu molto felice e mi sorprese quando tornai per la terza (1991) per un gesto che dimostrava quanto era forte la sua stima e affetto per i volontari.
Era usanza che al termine della giornata di lavoro lui celebrasse la messa e poi a volte si tratteneva a cena con le suore e noi volontari.
Alla messa serale di solito partecipavamo sempre anche noi volontari e se eravamo in ritardo lui ci attendeva per un po’.
Il progetto che stavamo realizzando Emanuele ed io era la costruzione del pavimento e installazione delle macchine nella nuova falegnameria aiutati in questo dal gruppo dei giovani apprendisti falegnami che collaboravano a realizzare quella che sarebbe diventata la loro scuola.
Un pomeriggio sul tardi esco con Emanuele ad acquistare del cemento, torniamo tardi e la messa è già terminata, mi si avvicina suor Lea che mi dice: questa sera l’Abbè Moise ha celebrato la messa per te. Resto meravigliato perché non capivo la motivazione di questo gesto e suor Lea mi spiega subito il perché: proprio in quel giorno 2 anni prima mentre stavamo costruendo la casa dei volontari io ero rimasto vittima di una brutta caduta da una impalcatura della costruzione che stavamo realizzando. Conservo un ricordo molto preciso di quel momento (ma non certamente la data) che, per l’intervento di qualche santo e delle tante preghiere superai bene tanto da farmi tornare in missione a dare una mano già 2 anni dopo. L’Abbè Moise ricordava con precisione quel giorno per questo celebrò la messa in ringraziamento al Signore per aver permesso questo.
Mi sento ancora oggi fortunato di aver conosciuto una persona come Lui.

Enzo

Quel giorno non potrò mai dimenticarlo!

Nell’anno 1991 sono partito come volontario: questo mi ha cambiato la vita! Il progetto era una scuola da falegnameria.
In quel progetto sono tornato come nei primi momenti del mio apprendistato, però con una differenza, che li ero il responsabile.
Dovevo avviare le macchine, quel giorno non potrò mai dimenticarlo: avevo vicino il Vescovo e tutta la autorità del paese, avevo un po’ di timore, anche i ragazzi erano pieni di paura, si erano radunati tutti in un angolino del capannone, il rumore delle macchine era assordante.
Loro però avevano tanta volontà e tanta voglia di imparare.
Nel 1993 sono ritornato e ho visto che lavoravano con le macchine, parecchi di loro le sapevano usare, questo mi ha dato tanta gioia

BRUNO D.C.



Numero 23, Pagina 4


Sappiamo in cuor nostro che torneremo!
Diario del soggiorno a Klouekanmè del 1983

È il 5 luglio 1983 e stiamo partendo per l’Africa dove trascorreremo le nostre ferie estive; destinazione Benin, villaggio di Klouekanmè presso la missione delle suore “Figlie del Sacratissimo Cuore di Gesù” di Modena.
Siamo due infermiere professionali, Gabriella e Cinzia, con esperienza pediatrica, siamo animate da un forte sentimento di solidarietà e sentiamo il desiderio di mettere le nostre conoscenze a disposizione di chi è stato meno “fortunato” di noi.
Dopo il viaggio, con qualche problema e la sosta di un giorno ad Abidjan (Costa d’Avorio), arriviamo a Cotonou dove ci aspettano, in aeroporto, suor Maria Virginia e suor Lea. Siamo contente di vederle…carichiamo le valigie e partiamo subito per Klouekanmè; qui comincia veramente l’Africa!
La pista è disconnessa…la gente ci saluta, le donne hanno grossi “bacili” sulla testa e bambini sulla schiena…la povertà si respira.
Sono con noi altri volontari: Marco, Luisa, Pippo.
L’accoglienza alla missione è calorosa, ci sentiamo a casa.
Domani inizieremo il “dispensario” con le suore che svolgono abitualmente questa attività con grande competenza e professionalità.

8 luglio 1983: sveglia di suor Carmen alle ore 7, colazione abbondante e…si parte. Un’ora di pista e arriviamo in un villaggio dove c’è già una piccola folla in attesa delle suore, altri continuano ad arrivare. Ci sono molti bambini con le loro mamme, l’impatto con questa realtà ci colpisce profondamente e ciò si ripeterà ogni volta, in tutti i villaggi visitati.
L’assistenza che le suore prestano alla popolazione è ammirevole e competente, chi può offre qualche soldo, oppure: uova, mais, pomodori ecc…
Al pomeriggio, arriva alla missione Michèl: ha circa undici mesi e ne dimostra due o tre, pesa come alla nascita. La madre è morta di parto, lo accompagna la nonna materna, la sua dedizione al piccolo è commovente, è attaccato al suo seno, le mammelle sono vuote, ovviamente; esce qualche goccia di siero dal capezzolo, probabilmente questo è dovuto alla stimolazione continua della suzione del bimbo!
Il piccolo è distrofico, disidratato, con aspetto vecchieggiante e due grandi occhi neri; rifiuta il biberon e ogni altra forma di alimentazione.
Applichiamo, con grande difficoltà, una fleboclisi che faremo scendere molto lentamente, la nonna collabora con noi.
Prendiamo accordi, con l’aiuto prezioso di suor Carmen, affinchè ritornino ogni giorno per mettere la fleboclisi e tentare l’alimentazione per via orale.

Nei giorni successivi proponiamo a Michèl il latte con il biberon e altre pappine che ci siamo “inventate” che però lui rifiuta.
Dopo molti tentativi falliti proviamo a mettere, sul capezzolo della nonna, delle piccole quantità di pappa dolce, con nostra grande gioia vediamo che gli piace e continua a succhiare il seno sul quale la nonna mette la pappa che abbiamo preparato.
La “patam” (pergolato) si trasforma in un piccolo ospedale da campo, al pomeriggio vengono altri bambini: Manuel, ustionato di 2°/3° che medichiamo ogni giorno e altri bimbi con patologie varie. Mettiamo delle corde al soffitto per sostenere le fleboclisi che applichiamo ai bambini maggiormente disidratati.
I liquidi da infusione, le vitamine e i sali minerali sono un bene prezioso che abbiamo usato con molta oculatezza e che provenivano da Afagnan (Togo) dove eravamo andate a chiederli all’ospedale “Fatebenefratelli”.

Dopo alcuni giorni arriva alla missione Mauli, una piccola orfana accompagnata dalla nonna: diarrea, vomito, iperpiressia, disidratazione…
Non possiamo portarla in ospedale perché i famigliari non possono rimanere con lei e non hanno il danaro per pagare la retta richiesta…
Iniziamo il trattamento di idratazione applicando la fleboclisi e i sali minerali, il giorno successivo và molto meglio…la nonna è contenta, noi siamo felici!
Pochi giorni dopo succhierà avidamente…ringraziamo Dio!
Michèl ora sta molto bene,mangia un po’ di tutto, la nonna ci dimostra molta riconoscenza. Manuel, l’ustionato, è quasi completamente guarito.
Questa esperienza ci ha profondamente sensibilizzato: sappiamo, in cuor nostro, che torneremo…
Stiamo ritornando in Italia, è il sei agosto 1983, siamo grate a suor Carmen e alle altre sorelle che ci hanno sostenuto e permesso di condividere una piccola parte dell’attività che stanno svolgendo al servizio di questo popolo.

Abbiamo rivisto Michèl due anni dopo; era uno splendido bambino che cresceva benissimo; la nonna aveva adottato un altro bambino orfano, in grave difficoltà, lo stava aiutando a crescere. Aveva saputo della nostra presenza alla missione e aveva ripercorso, a piedi, quei 18 km. che distavano dalla missione al loro villaggio per salutarci e ringraziarci ancora.

Cinzia e Graziella


Numero 25, Pagina 5


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Numero 26, Pagina 2


Seconda esperienza in missione a Klouemanmé – Benin.

Esperienza dal 18-07-1991 al 17-08-1991 insieme alle sorelle Cecilia e Francesca Vaccari di Baggiovara (Modena).
Dovevamo completare il fabbricato iniziato l’anno prima ed iniziare il terzo fabbricato in origine camere da letto per il centro Nazareth.
Un mese calmo e tranquillo, avendo cambiato l’equipe dei muratori (non più Honoré ma Marcellin).

Giuseppe M.

La chiesa di Kèdji

Cecilia e Francesca V.

Cecilia e Francesca V.

Mirca

Franco durante la benedizione della prima pietra

Franco durante la benedizione della prima pietra


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