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VOLMISSION


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1990

25° Anniversario


Numero 2, Pagina 4


Numero 3, Pagina 1


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Numero 28, Pagina 4


Numero 29, Pagina 4

Al centro Giuliano e Gabriele a destra

Al centro Giuliano Aguzzoli e a destra Gabriele Caleffi


Un bicchiere di acqua bianca
Prima esperienza in missione a Klouemanmé – Benin.

Esperienza dal 21-08-1990 al 20-09-1990 insieme all’ infermiera di Carpi Carla.
All’arrivo a Klouèkanmè ci aspettavano Gabriele e Rina Caleffi partiti un mese prima.
Esperienza straordinaria per questo mondo completamente diverso dal nostro. Con parecchie difficoltà all’ inizio dei lavori per la costruzione del secondo fabbricato di questo centro Nazareth per l’ emancipazione della donna, poi in seguito è stato trasformato dal vescovo Monsignor Sastre in un seminario maggiore. Difficoltà con gli operai, non abbastanza aperti ai miei suggerimenti, ma tendevano ad ascoltare solo il capo mastro Honoré (era presente poche volte). Con l’intervento di padre Moise e delle suore, le cose sono cambiate, le colonne e i muri erano più dritti.
Tante esperienze belle mi hanno dato vigore.
Una cosa che mi fa ancora riflettere: un pomeriggio vengo in missione con il mio camioncino a prendere del materiale, entro poi nelle nostra casa per bere e trovo Marie (la signora che ci teneva pulita la casa). Le offro un bicchiere di acqua minerale, lei mi gira le spalle e fa il segno della croce e beve. Chiesi se ne voleva ancora, lei mi disse che con quel segno aveva ringraziato Dio perché quel giorno aveva potuto bere un bicchiere di acqua bianca.
Ho pensato molte volte a quel segno di croce, ancora adesso mi vengono i brividi

Giuseppe M.

UNA CHIESETTA PER KÈDJI A TEMPO DI RECORD

E’ più facile demolire che costruire” dice un noto proverbio. Infatti mentre in vari paesi del mondo l’odio e la persecuzione contro i cristiani si concretizza anche con la devastazione e distruzione delle loro chiese, in Benin un volontario delle missioni è riuscito a edificarne una a tempo di record, portando quasi a termine un’impresa a dir poco impegnativa.
Giuseppe racconta: durante una delle mie frequenti missioni in Benin, nella diocesi di Lokossa nel villaggio di Klouèkanmè per realizzare alcune opere urgenti e necessarie a quella comunità, venni a sapere che in un villaggio poco lontano, Kèdji, costituito da capanne di fango e paglia i cristiani dovevano percorrere 10 Km per raggiungere una chiesa.
Mancavano dieci giorni al mio rientro in Italia, ma il fatto di poter contare su una somma residua offerta dai parrocchiani di Cividale, mi spinse a darmi da fare per costruire in tempo un piccolo edificio di culto, segno di identità e chiamata per quei miei fratelli nella fede.
Il primo giorno il capo del villaggio radunò gli abitanti del luogo per preparare il terreno, non dopo aver superato il conflitto nato intorno alla proprietà del medesimo che uno reclamava per sé, mentre era del demanio pubblico.
Alla sera con un muratore tracciai il perimetro della costruzione (m.5 x 10) e chiesi l’aiuto di altri volontari per lo scavo delle fondamenta (cm. 40) che avrei cominciato l’indomani.
Il giorno dopo, con don Germain Kitcho, provvidi all’acquisto del materiale edilizio e alla dotazione di una betoniera per i lavori di cantiere, contando sulla manodopera di tante donne e bambini accorsi entusiasti all’idea di avere una “loro chiesa”.
Poiché un violento acquazzone minacciava di far sospendere i lavori rendendo inagibile l’uso delle carriole, i fedeli volontari trasportavano il cemento per mezzo di ceste collocate sul capo.
Il terzo e quarto giorno iniziammo a innalzare i muri con blocchi di cemento fino all’altezza prevista e il quinto giorno lo impiegammo per costruire, a fianco della cappella, un semplice campanile a tre colonne, perché mancava il ferro per erigerne quattro.
I lavori furono completati da un volontario modenese subentrato al mio posto; si occupò della copertura dell’edificio con un tetto di lamiera e solo successivamente furono aggiunti il rosone, la porta d’ingresso e il piccolo portico di protezione.
Ora,tra i cristiani di quel villaggio e quelli di Cividale, si è instaurato una specie di gemellaggio e la chiesetta che appare nella foto è un segno concreto di questa fraternità.

Giuseppe M.


Mi hanno offerto il poco che avevano

La mia prima esperienza come volontaria in Africa risale al lontano 1990 in Benin, dove sono rimasta circa un mese vivendo nella zona di Lokossa. Questa mia prima esperienza mi ha fatto vivere in un contesto completamente diverso dalla mia realtà, fatta di comodità e leggerezze, sono stata a contatto con persone che pur nella loro povertà mi hanno aperto le loro umili casa e accolto come una di loro, mi hanno offerto il poco che avevano e mi hanno fatto partecipe della loro vita. Ho conosciuto madri che portavano i loro bimbi malnutriti nel dispensario dopo aver fatto chilometri a piedi e che aspettavano con dignità in fila il loro turno, bambini che si divertivano con giochi costruiti con vecchi materiali e tanta fantasia, persone che mi hanno accompagnato nel conoscere questa cultura così diversa dalla nostra ma fatta, nonostante la difficile situazione, di momenti di gioia condivisione altruismo. Questa è stata una delle più belle esperienze della mia vita e mi ha permesso di iniziare un percorso che mi ha portato a vivere un periodo di due anni come volontaria nella Repubblica Democratica del Congo, tramite organizzazione di volontariato con cui collaboro tuttora. Penso che vivere queste realtà ti permetta di allargare la tua visuale su ciò che sta al di là della tua vita quotidiana, dare un momento di conforto a chi è meno fortunato di te e riuscire poi a vivere qui con più serenità e gioia.

CARLA P.


Numero 31, Pagina 3


Una dignità che allarga il cuore

È stata veramente un’ esperienza che ti segna la vita e il vivere anche quotidiano diventa non più “una lotta contro il tempo” ma un “fermarsi ogni tanto” a riflettere.
Le sensazioni sono state molto intense e nello stesso tempo fortificanti; quando ancora mi chiedono se ho il famoso “mal d’ Africa” rispondo che non è mai andato via, vive ed è sempre con me.
Grazie agli amici che ho incontrato in questo cammino ho scoperto quanto è importante il dare poco per essere ricompensati di tanto, ti fa piena la vita in ogni momento di gioia, ti aiuta nei momenti tristi…
Grazie al popolo africano che nelle loro tribolazioni hanno sempre una dignità che allarga “il cuore” e ciò è un grande insegnamento!

Mirca R.


Lezioni africane

È bello fermarsi e ripensare all’esperienza vissuta in Benin e ringrazio chi ha pensato ad un archivio storico dandomi l’opportunità di condividere e rivivere quei momenti…. Avevo frequentato il corso per volontari e il vedere chi aveva già vissuto questa esperienza, da molti ripetuta più volte, sembrava “soffrire del MAL D’AFRICA”! La cosa mi incuriosiva sempre più, ma in realtà desideravo fare qualche cosa di utile! Anch’io volevo offrire il mio bicchiere d’acqua! Ricordo le mie preoccupazioni, le mie paure, ansie prima di partire, ma la voglia di andare era troppo forte dentro me! Se chiudo gli occhi rivedo immense distese di terra rossa, strade infinite, piantagioni di banane, alberi enormi “Baobab” fioriti, profumi intensi, a volte gradevoli altri un po’ meno.
Percorrendo la rue (strada) incontravi gente, tanta gente a piedi, in bicicletta, donne con catini d’acqua in testa e spesso avevano un bambino sul dorso, avvolto in un grande foulard e un altro per mano!
Ero stata affiancata a Suor Virginia, si partiva all’alba per il “DISPENSARIO” cioè portare farmaci, prestare le cure necessarie e distribuire qualche genere alimentare! Ricordo un Villaggio bellissimo il nome mi sfugge! Era a 3 ore circa di macchina da Klouèkanmè. Sorgeva sopra a un colle, era molto ordinato e nonostante il caldo afoso mi dava una sensazione di benessere, di tranquillità, di infinito! C’era una strada principale e ai lati tante capanne costruite con fango e paglia! C’erano molte caprette, piccole e veloci!
Una lunga fila di persone era là che ci aspettava, erano tutte mamme, mamme con i loro bambini, alcuni nati da poco! Il nostro compito era quello di fare Educazione Sanitaria e prevenzione! Io li pesavo e li misuravo, suor Virginia che conosceva la loro lingua dava i suggerimenti e istruiva le mamme dettando norme igieniche! Ad alcune veniva consegnato del latte in polvere ad altre il “PALUDRINE” ossia la clorochina per la malaria! Per me l’handicap maggiore era la lingua, avrei tanto voluto dialogare con loro, ma non sempre le parole servono, bastava uno sguardo, un sorriso, una carezza al loro bambino e capivi con quanta umiltà, rispetto e fiducia si rivolgevano a te, a te come volontario, a te come suora, a te come UOMO BIANCO! E’ viva l’immagine di quei bambini….che belli!! Li vedevi sbucare da ogni angolo, in un attimo erano già li, sorridenti e gioiosi con le loro mani tese, aspettando di riempirle anche con una sola caramella! Rimasi affascinata da quegli occhi Grandi, neri, luccicavano come perle! Li ho definiti gli occhi della speranza! Ma anche del futuro, un futuro migliore! Un futuro che non conosca più la fame, la sete, le malattie, le troppe morti immature!
In Africa non esiste lo stress del tempo! Sembra impossibile, io che di tempo ne ho sempre poco! Ed è un continuo incastrare lavoro, famiglia, attività ecc... in Africa c’è solo tempo! I giorni mi sembravano più lunghi, l’orologio non serviva, bastava guardare il sole! Ci si sveglia all’alba e si va a dormire al tramonto! In Africa non esiste un’ora precisa ma “...A PARTIRE DA...”. Tutte le ore sono buone! Ancora oggi mi pongo una domanda: forse che sia proprio l’Africa con i suoi tempi a dover insegnare all’UOMO BIANCO?

Graziella C.


Numero 33, Pagina 3



RICORDO DI LUCIANO TURATI

La nostra conoscenza risale a quasi trent’anni fa ed è stata “segnata” da una partita sui generis a carte scoperte in una mattinata sul marciapiede prossimo ai binari della stazione di Ostiglia (Luciano, allora, lavorava nelle Ferrovie dello Stato) e dal successivo pranzo improvvisato da Lia, sua moglie.
Da allora la nostra amicizia si è sempre più rafforzata in lealtà, fiducia e simpatia.
Egli stesso mi introdusse in una specie di “confraternita” laica che presiedeva il Dottor Trombini, che pontificava su tutto, in particolare sulla qualità dei vini, che teneva devoti e composti nella cantina della casa, ove si muoveva con sicura maestria pari, se non superiore, a quella che dimostrava nel reparto di Radiologia di cui era primario.
In quel gruppo Luciano esprimeva i suoi interessi e progetti di solidarietà, già conosciuti ed apprezzati tra l’altro per la sua attività nell’Avis e di volontario della Croce Rossa, e disponibilità a collaborare con il Gruppo Missionario collegato con le suore di Modena e in particolare con Suor Nara, cugina del chirurgo del nostro Ospedale.
L’interesse per il Benin cominciò a far presa sulla cittadinanza in seguito alla visita in Parrocchia dell’Abbè Ambrose della Diocesi di Lokossa e dell’invito rivoltomi dalle Suore di Modena per una visita, a Klouèkanmè dove, tre delle loro suore, operavano da alcuni anni. Era chiaro che Luciano mi avrebbe seguito e si cominciò ad organizzare il gruppo e la finalità della spedizione: la costruzione di un’aula scolastica e un breve corso di esercizi spirituali per le suore. Così partimmo in cinque, nell’estate dell’87 e ci trattenemmo un mese intero, portandoci a casa oltre i preziosi ricordi una buona dose di malaria. Quella esperienza costituì la base della sensibilità cittadina che si espresse concretamente nella costante collaborazione con il Benin, anche in relazione con il gruppo missionario di Carpi. In questo contesto l’attività di Luciano trovò ampio spazio e potè esprimere le sue capacità dirigenziali anche in altre realizzazioni in Benin, ove ritornò altre due volte, conservando sempre attenzione e disponibilità a favorire incontri, raccolte e ospitalità. Frequenti le visite del Vescovo Sastre e di alcuni suoi sacerdoti che trovavano in Luciano una disponibilità sempre pronta, cordiale, amica e disinteressata.
Questi aggettivi sono qualificanti la sua personalità, per natura schiva e discreta; solo il riscontro di sincerità nell’altro lo apriva alla confidenza più profonda.
Personalmente gli debbo riconoscenza, non solo per la fraternità dimostratami soprattutto nei momenti più difficili per me e per lui, ma anche per il suo affidarsi nell’ultima malattia alla volontà del Signore, non rassegnato ma consapevole della vicinanza di un Incontro misericordioso, “risolutivo” della sua umile esistenza.
Morì ad Ostiglia l’11 maggio 2005.

Don Bruno

Luciano e suor Lea


Numero 42, Pagina 3

La gente, la luce, gli odori

Sono attimi di vita quotidiana le mie impressioni, l’orizzonte che non si raggiunge mai, il cielo che sembra di toccarlo con un dito, la luce, le Suore, la gente, i colori, gli odori che ancora oggi sento quando mi concentro su quei ricordi insieme alle lacrime agli occhi.
Mal d’Africa? Al mio ritorno mi dissi che la prossima volta sarei rimasta per sempre, se ci fossi tornata e ho avuto paura di tornare.
IL LEBBROSARIO 1-12-1990
...siamo state a Madjrè da Suor Marina e Suor Chiara. E’ un accogliente gruppo di casine tra la brus. Oggi (nel ‘90) non è più residenza permanente, ma soltanto un luogo di soggiorno e di cura nella maggior parte dei casi, perchè la lebbra può essere fermata se presa nella sua forma iniziale e curata. E’ una comunità ben organizzata (con falegnami, c’è chi aggiusta carrozzine a pedali manuali, c’è il custode, chi fabbrica cesti, c’è il mulina, la cucina centrale e una per ogni casina-fuoco e tegami), ci si aiuta a vicenda ciascuno con le proprie capacità. Intorno al lebbrosario si è formato un piccolo villaggio in cui abitano i parenti dei lebbrosi.
DISPENSARIO DI ADJAHONME’ 3-12-1990
E’ uno dei tanti, ma la storia è la stessa ogni giorno, sembriamo ambulanti del mercato, ogni giorno riempiamo ordinatamente la macchina dei nostri prodotti (farmaci) e ogni giorno cambiamo “mercato” (dispensario-ambulatorio). Partiamo la mattina con un traduttore tra francese e dialetto locale (che cambia spesso da villaggio a villaggio). Arriviamo e già c’è una fila innumerevole di persone a cui distribuiamo un numero di ingresso all’ambulatorio. Ci aiutano a scaricare le scatole dei medicinali e a disporle in modo ordinato. Ognuno ha o gli viene fatto un CARNET. Nessuno ha fretta, ma la mattinata trascorre in modo talmente intenso che le 13-14 arrivano in men che non si dica. Poi si torna a “casa” e si controllano i farmaci rimasti, la farmacia e si allestiscono i vari contenitori con nuove scatole di farmaci, si carica la NISSAN per il giorno dopo ed è quasi sera... e ogni volta mi chiedo se sia giusto il modo in cui mi comporto da infermiera qui (sicuramente il mio essere infermiera è molto scadente rispetto a quello delle suore, loro in Italia sarebbero medici specialisti tanta è l’esperienza, io qui mi sento “presuntuosa” per la poca cultura che ho in medicina rispetto a quella che serve).
I BAMBINI
Sono a centinaia, appena vuoi fotografarne uno ne saltano fuori altri 10 dal nulla, tutti accorrono al nostro passaggio urlando: “JAVO’ (bianco)!” oppure: “MA SOEUR! MA SOEUR!” (Mia sorella-suora) e agitando in aria entrambe le manine in segno di saluto. Sono così teneri e carini, fanno tenerezza... così impolverati e mezzi nudi, eppure con dei visini così radiosi quando sorridono! Questo mi ha colpito in questo posto: in mezzo a tanta miseria umana SANNO cosa significhi ridere, e ridono veramente di gusto.
IL MERCATO
E’ una delle cose che mi affascina di più. Viene fatto ogni 4-5 giorni dalle 13 alle 22 circa perché la mattinata viene utilizzata per raggiungere, a piedi, il luogo del ritrovo. E’ un momento di ritrovo molto importante perché finalmente si può comunicare con i Paesi vicini: infatti non ci sono né telefoni né giornali e comunque nessuno può permetterseli.

Chiara I.

Lucia


Momenti vissuti con amore

I momenti vissuti in questa esperienza sono stati tanti e tutti importanti. Li ho vissuti con dolore e spesso mi sono sentita inutile e impreparata ad affrontare le varie situazioni senza avere i mezzi adeguati.
E’ stato importante l’aiuto delle suore e dei miei compagni di viaggio coi quali mi consigliavo perché avevo sempre paura di sbagliare, nonostante la mia esperienza lavorativa presso un ospedale mantovano.
BENOIT era un ragazzo di 15-16 anni con ustioni gravi ai genitali e agli arti inferiori. Le prime medicazioni sono state drammatiche perché non riuscivamo ad individuare le medicine adatte fra quelle che avevamo a disposizione. Poi con la costanza delle medicazioni frequenti, anche se lui abitava distante dalla nostra sede, è iniziato il suo miglioramento ed al momento del mio ritorno in Italia, Benoit stava guarendo.
Dopo qualche mese ricevetti una lettera dove mi si diceva che Benoit era guarito. In quel momento tutte le paure che mi ero portata erano sparite lasciando spazio alla gioia.

Valentina C.


Non sapevo cosa era la vera povertà

Il secondo viaggio da fine maggio a fine giugno del 1990 ci vide impegnati nel progetto di rifacimento del tetto dell’abitazione dell’Abbè Moise. Insieme con me c’erano Luciano Turati, Valentina Canossa infermiera all’Ospedale di Ostiglia, Ermanno Zanca tecnico impiegato alla Centrale Idroelettrica di Ostiglia. Il finanziamento e l’acquisto di nuove travi in legno il rifacimento dell’impianto elettrico, la sistemazione del bagno, impegnò il nostro gruppo per molti giorni. Io e Valentina Canossa a giorni alterni andavamo con le suore ad aiutare il lavoro nei dispensari presso i villaggi, eseguendo medicazioni, distribuzione medicine, spiegando le terapie varie da assumere. Io sono rimasto molto colpito dalla sopportazione al dolore che hanno quasi tutti e anche i bambini, spesso le medicazioni anche molto penetranti venivano subite con grande coraggio. Anche la vita religiosa di questo popolo mi ha molto coinvolto, eravamo presenti alla processione del Corpus Domini che si è svolta sotto il sole da Kleoukanmè fino al Santuario di Tchamvegì . Ebbene i canti e le preghiere sembravano incessanti e nessuno si curava del caldo soffocante, ma le celebrazioni delle funzioni e della S. Messa, sono sempre molto partecipate e procedevano con molta calma, pace e serenità.
A differenza di noi occidentali che ci lamentiamo sempre della lunghezza delle feste, qui la gente è contenta di poter dare tutto il tempo di un giorno da dedicare al Signore. Molti vengono da lontano e fanno chilometri per arrivare alle funzioni e alla S. Messa.
Anche poter asciugare una lacrima, dare una caramella un’aspirina, una pomata, un sorriso, poteva essere un filo di speranza, dovuto forse anche alla nostra presenza molto piccola e modesta, ma fatta con tutto il cuore e la generosità di chi è consapevole che in queste situazioni si realizzano le parole di Gesù nel vangelo di Matteo (20, 17) “Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo”.
Ogni giorno trascorso con lo spirito del servizio, può essere un continuo incitamento a vivere e a mettere in pratica alcune espressioni del vangelo che molto facilmente giungevano alla mente.
Una volta tornati alla realtà così diversa della nostra terra, tutto questo si può trasformare in un programma di vita, da mettere in pratica con tutte le persone che incontriamo ora che abbiamo imparato a guardare e a incontrare la gente con occhi diversi. Si un mese non è molto e quando giunge l’ora di ripartire, tanti volti e tante situazioni rimangono impresse nel cuore, ma se questo breve tempo è servito a rendere migliore la mia vita e di quelli che ho conosciuto, allora nulla è stato invano perché “chi ama suo fratello dimora nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo” (1Giov. 2,10).

Giulio R.


Numero 44, Pagina 4

Lo studioso Carlo stà curiosando ...

Il dono di un po’ di affetto

Al centro del villaggio c’è il dispensario con l’ambulatorio ed una sala per l’attività motoria. Attorno ci sono piccoli edifici in muratura, alloggio dei lebbrosi in fase contagiosa, verso cui mi dirigo.
Sto vedendo con i miei occhi le estremità mutilate dalla lebbra coperte di bende, visi deformati, uomini costretti in carrozzelle con gli arti resi atrofici e inservibili. Sulla soglia di una capanna si affaccia, trascinandosi sul terreno, con le gambe rattrappite, un giovane: leva ciò che resta delle braccia e delle mani verso la suora che si china ad abbracciarlo e mi invita a palpare quelli che erano i polsi e le mani per constatare le devastazioni provocate dalla lebbra, anche se ormai spenta.
Avvezzo a far diagnosi visiva delle varie lesioni, non ho la sensibilità di accogliere l’invito della suora e rispondo che mi rendo perfettamente conto della situazione: sorrido e mi allontano a cambiare il rullino della macchina fotografica. Solo allora, solo quando è troppo tardi per ritornare sui miei passi, capisco di aver perso un’occasione. Comprendo che lo sguardo malinconico di quegli occhi troppo presto costretti a guardare i propri simili dal basso verso l’alto, implorava un gesto di fratellanza, il dono di un po’ d’affetto.
Ho perso un’occasione irripetibile, non per paura di un contagio o per repulsione, ma solo per imperdonabile distrazione, di compiere un gesto che da solo avrebbe potuto giustificare abbondantemente la mia presenza africana. Penso a questo quando stringo successivamente le mani mutilate dalla malattia di alcune persone che incrociamo nel nostro cammino. Sento tra le mie mani il vuoto lasciato dalle mutilazioni in quelle che stringo. Vedo le cicatrici biancastre sulla pelle ed i piedi fasciati privi di dita. Si tratta sempre di lebbrosi ormai guariti e pertanto mi rendo perfettamente conto di non compiere alcunché di straordinario, ma voglio illudermi che il semplice gesto del dottore bianco, accompagnato dalla suora che ogni giorno si prodiga in mezzo a loro, contribuisca a far capire che esiste una persona in più in grado di comprendere la loro emarginazione e che vorrebbe dire loro di non rassegnarsi con fatalità alla malattia perché di lebbra si può guarire definitivamente, nell’arco di due anni o molto spesso in pochi mesi. Residuano sì facilmente lesioni nervose periferiche, ma esse sono tanto meno importanti, quanto più precocemente sarà stata instaurata la terapia. Il racconto, che segue, della suora infonde profonda tristezza e commozione perché quando in un villaggio compare la lebbra il malato viene immediatamente respinto ed isolato da amici e parenti e, quindi, oltre alla distruzione del corpo deve subire anche gli effetti di una devastazione morale.
Abbandonato da tutti, stroncati anche i legami più cari, il lebbroso trascina le sue piaghe aperte nella polvere delle misere vie del villaggio. La sua solitudine è totale. Per lui si accendono attimi di speranza solo nei periodi in cui il male sembra arrestarsi, ma si rivelano più crudeli allorché ricompaiono le inesorabili recrudescenze che annientano, nel fisico e nella volontà, le capacità di reazione del malato che si aggrava inesorabilmente e giunge ai lebbrosari ormai ridotto allo stremo.
L’atmosfera di muta rassegnazione che traspare dai malati mi opprime. Comprendo ora ancor meglio quanta forza di volontà e quanta abnegazione animi le suore che non si risparmiano nella cura dei malati, al punto da esporsi coscientemente al grave pericolo del contagio allorché sono costrette a curare a mani nude le piaghe, visto che non dispongono di guanti “ usa e getta”.
Mi rendo conto di quanto sia prezioso il bene della salute e, dopo quanto visto e compreso oggi, partecipo in modo particolarmente sentito alla preghiera di ringraziamento del mezzogiorno. Ho vissuto oggi una realtà stravolgente, disperata; trovo un minimo di serenità solo pensando che potrò essere presto in qualche modo di aiuto (sono già giunti i primi guanti di plastica e di lattice; seguiranno gli anti- dissenterici e altri presidi terapeutici).
Mancano ormai pochi giorni alla partenza; è tempo di rivedere con il pensiero il film di questi giorni passati, per fissare nella mente gli episodi più significativi.
Consumo gli ultimi rotoli di pellicola nelle puntate turistiche ad Abomey, Ganviè ed a Lomè. Già mi pervengono le prime lettere da ogni dove. E’ infatti rito consolidato di affidare ad ogni volontario che parte per l’Italia i saluti e le richieste di aiuto ai familiari, parenti ed amici, di chi rimane ed è altrettanto piacevole occasione per chi torna in patria di rendersi utile. Arriva il sabato della partenza e sento anche il desiderio di tornare a casa. Viaggio per Cotonou, nel bagaglio a mano un po’ di frutta, all’aeroporto gli ultimi saluti. Si fa sempre più buio ed è molto caldo.
Il film dei ricordi riprende a scorrere: Klouèkanmè, Dogbò, Lokossà, Madjrè: suore, Vescovo, volontari infermieri, medici, personale, malati di Dogbò.
Rivedo un anziano con i polmoni scavati dalla tubercolosi giungere a stento in sala raggi sorretto da due infermieri; rivedo sul lettino il bimbo (età circa 10-11 anni) radiografato in sala operatoria con l’apparecchio appena installato, il suo affannoso respiro, i muscoli della coscia ed il femore disfatti da un flemmone che dura da oltre due mesi. Mi guarda triste sul lettino e trova la forza di chiedere un vasino per la pipì… l’ultima. Lucie, la giovane madre trentenne con la gamba erosa dalla tubercolosi ossea, defedata, ridotta ad un ombra vivente, stesa sulla barella con la figlioletta che cerca invano qualche goccia di latte nel seno esausto. Mi riappaiono i bimbi costretti per sempre a camminare carponi su quattro arti scheletriti, con i muscoli ridotti solo a cordoni fibrosi dagli esiti della poliomielite di cui solo ora è iniziata la profilassi. Rivedo la piccola creatura deposta su un tavolo della sala operatoria a cui nemmeno un taglio cesareo urgente ha potuto ridare la vita.
Ecco che ritorna insistente nella memoria il grido Jovoh!... Bianco!... Jovoh!... accompagnato, ora dal festoso agitare di una piccola mano in segno di saluto, ora dallo sguardo intenso che chiede in silenzio il tuo aiuto. Scorre rapidamente nella memoria il lungo elenco di cose che, insieme con chi vorrà, inizieremo a concretizzare non appena saremo rientrati.
Amico Mehwi!..., Nero..., anche noi chiederemo a te qualcosa. La tua vita pure così povera e lontana dalla nostra agiatezza, fino al punto da non garantirti la sicurezza di sopravvivere, non conosce gli affanni del nostro quotidiano correre alla ricerca del benessere materiale e del piacere.
Da te abbiamo bisogno di attingere i veri valori della vita da noi inaridita dall’edonismo dilagante.
Mehwi, come noi siamo venuti da te, così ti attendiamo presso di noi, ci aiuterai a riscoprire noi stessi.
Le ruote corrono veloci sulla pista, si staccano dal suolo; il muso dell’aereo ormai punta verso il cielo buio…Terra d’ Africa..., con il nostro saluto, la speranza di poter tornare da te.


Esperienza agricola

Nei giorni liberi cercherò di collaborare in campo agricolo con il vescovo di Lokossà.
Ho portato con me un po’ di semi di mais e di soia, con il relativo rizobio ed un certo quantitativo di humus. Decido innanzitutto di portare al mio ritorno in Italia, campioni di terra rossa che prelevo con un machete alla profondità rispettivamente di cinque e di venti cm. dalla superficie del suolo. La terra rossa, tipica dei tropici (fatta eccezione per i terreni paludosi che vengono denominati “ terre nere”) è il risultato dei forti rovesci di pioggia che nel corso dei secoli hanno gradatamente asportato i componenti minerali ( calcio) degli strati superficiali del terreno , ad eccezione dell’alluminio e del ferro , che ossidandosi hanno dato origine al caratteristico colore rosso ocra.
Da alcuni ragazzi, a schiena curva, viene dissodato con corte zappe un appezzamento di circa 1500 mq. di terreno, ove seminiamo il mais ibrido, che ho portato dall’Italia, su file alternate ad altre di mais bianco locale, in previsione di un tentativo di ibridazione con la tecnica della emasculazione del mais bianco. I semi di quest’ultimo essendo infatti derivati dai continui raccolti, senza apporto di nuove linee genetiche, hanno l’inconveniente di fornire produzioni assolutamente insoddisfacenti, dell’ordine di circa 30 quintali per ettaro. Gli stocchi di alcune piante già in via di maturazione che sto osservando, sono esili, scarsamente rigogliosi, di colore verde pallido, con “ pannocchie” conformate a cono, con file di semi incomplete all’apice che ricordano, in peggio, i nostri mais ( 50 giorni) seminati in epoche passate, in secondo raccolto dopo il grano. Alcune piante che crescono dove è stata bruciata la sterpaglia, sono discretamente rigogliose. Il fatto, a mio avviso, è l’espressione indiretta di carenze alimentari nel terreno ( in particolare di calcio, fosforo e potassio) che richiederanno le dovute correzioni alla luce dei risultati dei prelievi appena fatti sul terreno. Un grave problema è rappresentato dal diserbo; le infestanti crescono ad un ritmo vertiginoso in competizione con le specie coltivate limitandone ulteriormente la resa già di per sé scarsa. Mi rendo conto che il problema, unitamente a quello della sarchiatura e rincalzo delle coltivazioni ( mais e soia) può essere risolto solamente con mezzi meccanici come motocoltivatori di piccole dimensioni. Nonostante la manodopera sia poco costosa non si può infatti pensare al diserbo manuale, sotto il sole cocente e in umidità atmosferica altissima, da parte di persone denutrite, affette il più delle volte da grave anemia e da parassitosi.
In accordo con il Vescovo mi propongo di inviare periodicamente dall’Italia, dosi di semente ibrida di mais preferibilmente bianco ( più gradito alla popolazione locale di quello giallo, nonostante la carenza, nei confronti di quest’ultimo, dei carotenoidi, provitamine “A” protettrici della vista e della pelle) di soia e fagioli, nonché una nostra zappa campione. Le loro zappe, a differenza delle nostre, presentano un fittone a chiodo. Questo viene infilato in un foro praticato con un ferro rovente nel nodo, logicamente di dimensioni contenute, di un ramo che funge da manico.
E’ intuitivo che il ramo per il diametro ridotto del nodo deve essere limitato anche nella lunghezza per evitare il rischio che si spezzi durante l’uso, fatto che aggrava la fatica dell’operatore costringendolo a lavorare costantemente a dorso curvo.
Dopo il riposo pomeridiano ci rechiamo a visitare le terre “nere”, vicine alle paludi. Terre sostanzialmente acide, assai scarse a prima vista, di scheletro grossolano e composte da limo e sabbia in una preponderanza di sostanza organica solo in parte humificata in cui la lama del machete, affondata per la campionatura, penetra come nel burro. Alcune depressioni del terreno in cui ristagna una notevole umidità, ci offrono l’occasione per praticare drenaggi di cui constateremo ben presto l’efficacia. Avremo infatti, modo di constatare in successive visite, come le piante di mais che vegetavano stentatamente in queste depressioni del terreno, rinverdiscano, si irrobustiscano e riprendano rapidamente il loro normale ciclo vegetativo. Seminiamo anche qui in file alternate, le due varietà di mais, aggiungendo questa volta humus in dosi diverse. Constateremo in seguito come i risultati forniti dalle piante senza humus siano decisamente migliori, fatto che ritengo collegabile al calore intenso del terreno, incrementato dalla concimazione contemporanea all’atto della semina, in modo tale da danneggiare i semi fino ad impedire la germinazione.
Conveniamo, in vista anche dell’auspicabile avvento del motocoltivatore, sulla opportunità di interrare gli stocchi con apporto contemporaneo di azoto e di effettuare a distanza adeguata di tempo, la semina del mais “a postarelle”di due piante “in quadro”, in modo da agevolare le operazioni di diserbo, sarchiatura, rincalzo e di integrazione di minerale soprattutto di calcio, fosforo e potassio.
Pochissimi sono gli appezzamenti a soja ( la popolazione non è ancora assuefatta al suo uso) e ciò contrasta con le necessità alimentari della gente. La soja è infatti ricca di proteine tra cui quelle cosiddette “nobili”, in guisa tale da collocarla in primo piano tra i potenziali presidi da utilizzare nella lotta contro due gravi malattie pediatriche: il marasma da denutrizione ed il kwashiorkor. Nei piccoli appezzamenti prevalgono mais, fagioli, arachidi e le basse piante di manioca, con foglie simili a quelle del ricino, di colore verde chiaro e con grosse radici a fuso , disposte come quelle delle nostre dahlie, dalle quali viene ricavata, oltre al “gari”, la “tapioca”, sorta di farina passata per breve tempo su piastre riscaldate oltre i cento gradi.
L’agricoltura praticata nei paesi poveri che non hanno possibilità economiche di correggere gli squilibri minerali, nonché di acquisire i mezzi meccanici per la razionale lavorazione dei terreni, ne annulla ben presto le capacità produttive. Si verifica in tal modo l’ineluttabile abbandono alla desertificazione di territori divenuti precocemente improduttivi e la contemporanea necessaria ricerca di nuove superfici coltivabili a spese delle aree forestali residue sulla terra. Con la distruzione delle foreste diminuisce anche l’ossigeno atmosferico ed aumenta l’anidride carbonica, si profila in conseguenza minaccioso “l’effetto serra” che aggraverà ulteriormente in un prossimo futuro, le già sensibili modificazioni climatiche con tutte le loro deleterie conseguenze.

Carlo T.

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