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VOLMISSION


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1988

25° Anniversario

Volontari in missione:

Benin:
Milvia B.
Chiara P.
Carla B.
Don Carlo M.
Luciano G.
Oletta T.
Francesca e Roberto T.
Luigi e Elisabetta L.
Giuseppe P.
Alfredo B.
Carla P.
Maria Norma B.

Mozambico:
Angela, Pio e Gaia


Numero 2, Pagina 4


Numero 4, Pagina 3


Numero 5, Pagina 3


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Numero 10, Pagina 3


Un'esperienza che ci ha fatto crescere

Abbiamo trascorso un mese alla missione di Kluoekanmè insieme a Francesca e Roberto. Allora la comunità delle Suore era formata da suor Carmen, suor Virginia, suor Lea e suor Teresina ed inoltre aveva iniziato da poco tempo la sua esperienza in Benin Carla Baraldi. Il parroco era l’abbè Moise.
Di quei giorni sono ancora vivi tanti ricordi oltre ai servizi realizzati: l’attività di ambulatorio nei villaggi, la sistemazione della farmacia, la realizzazione dell’impianto idraulico della futura casa dei volontari, l’escavazione del pozzo in un villaggio, la tinteggiatura della chiesa di Tckippè (realizzata dal Vom in precedenti missioni). La vita della missione ci ha coinvolto e ci ha permesso di vivere intensamente ogni momento, tra noi, nella comunità e con tutte le persone che abbiamo incontrato, grazie alle premurose attenzioni di tutte le Suore e di Carla che ci hanno accolto e accompagnato in ogni loro spostamento. Nomi e volti che ancora oggi sono impressi nei nostri cuori.

Il piccolo Marius
Sulla jeep che ci portava all’ospedale di Afagnan in Togo c’era anche lui, il piccolo Marius, gracile e con il corpo deformato da una malattia di cui non si riusciva a trovare la cura. Non un lamento nonostante le sofferenze, solo il desiderio di essere coccolato tra le braccia di una mamma e di giocare insieme agli altri bambini. Incontrammo Marius diverse volte, insieme alle Suore si sperimentava l’impotenza di fronte al progredire della malattia, cercando di abbattere almeno un po’ la sua solitudine.
La missione è anche questa attenzione ai piccoli, quando, in un contesto di povertà diffusa, c’è sempre qualcuno che più di altri sperimenta l’abbandono e la sofferenza.

Quel matrimonio in gran segreto
L’incontro con il cristianesimo è riscoperta della propria dignità di uomini e di donne davanti a Dio. La cultura del villaggio è forte, le ragazze sono destinate in sposa a uomini scelti dal padre o dal clan. Il matrimonio è oggetto di scambi e a questi patti non ci si può sottrarre. Ecco allora che le porte della canonica della parrocchia di Kluoekanmè si aprivano per le ragazze che si ribellavano a questa regola coltivando il desiderio di sposare il ragazzo che amavano. Così in gran segreto alla sera capitò di assistere ad un matrimonio tra due giovani che si volevano bene. Le Suore raccontavano che in alcuni villaggi non volevano più sentir parlare di Gesù e del Vangelo visto che il frutto era quello di sovvertire le tradizioni. Allora solo la saggezza dell’abbè Moise riusciva a riappacificare gli animi e ad innestare così il germe dell’amore evangelico in animi buoni e aperti ma molto orgogliosi delle proprie tradizioni.
Tanti altri sarebbero gli episodi degni di una menzione, come ad esempio la gioia di vedere sgorgare l’acqua in fondo al pozzo dopo giorni di faticosi scavi oppure le travolgenti liturgie festive o ancora le preghiere sotto i manghi che gli anni successivi portarono ad allietare le nostre famiglie con attesissimi pargoli.
Di questo mese non abbiamo mai smesso di ringraziare il Signore, per le persone straordinarie che abbiamo incontrato, per i fatti di cui siamo stati testimoni e per ciò che ha impresso nella nostra vita.

Elisabetta e Luigi


Numero 11, Pagina 1


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Ama e parti

Sono partita nel 1974 come missionaria laica per il Camerun con la diocesi di Como. Fin dall’ inizio per me era una scelta di vita senza limiti di tempo… il datore di lavoro era sicuro, aveva e ha, interminabili richieste ma spesso insufficienti risposte.
“AMA E PARTI”
Andare per portare un messaggio dove la parola è mescolata alla vita, formando un tutt’ uno impossibile da dividere. Cura dei malati nel dispensario, animazione sanitaria e vaccinazioni nei villaggi e, questo dal 1974 al 1985.
Gli episodi da raccontare in 11 anni di Missione i Camerun sarebbero tanti. Una sera una Signora arrivò al dispensario con una gravidanza extrauterina in corso, la pressione era abbastanza buona e allora via di fretta per l’ospedale più vicino, 100 Km di pista. Durante il viaggio (era già notte) vedevamo i fari della macchina affievolirsi sempre più... cosa fare? Pregammo. Siamo arrivati all’ ospedale a mezzanotte, e lì i fari si sono spenti completamente. La donna venne operata, si salvò, noi dormimmo in macchina non senza aver ringraziato il buon Dio per l’aiuto ricevuto. Dal 1988 sono in Benin, prima con le Suore della Sacca di Modena per due anni, sempre operando nell’attività infermieristica a Lokossa con le Suore Domenicane francesi. Qui il dispensario diventa ambulante per raggiungere i villaggi più lontani e aiutare i tanti poveri che non possono permettersi di venire nella cittadina di Lokossa a curarsi. Poi, attirata dal Nord del paese ancora più povero, meno abitato, parto per Péréré, paese sperduto e dimenticato da tutti; 4.500 abitanti quasi tutti Musulmani. Qui collaboro 10 anni con le suore di Torino che hanno un orfanotrofio e un Centro di recupero per bimbi malnutriti. Quest’anno, prima di rientrare, mi portano un neonato di 7 giorni, e mi raccontano che la mamma, una donna che veniva da molto lontano, ha preso una stanza in affitto, ha atteso la nascita del bimbo, poi si è suicidata lasciando il piccolo sul pavimento.
I vicini, sentendo piangere, hanno sfondato la porta per vedere chi piangesse così disperatamente. Sconvolti dell’accaduto l’hanno portato da noi... non potete immaginare in quali condizioni!
Il Signore si incarna in questi nostri fratelli bisognosi. E noi che siamo cristiani dobbiamo sforzarci di vivere quotidianamente uno stile di vita e di sobrietà radicata e condivisa se mettiamo al centro della nostra vita Gesù. Siamo tutti chiamati ad andare al di là delle apparenze per scoprire “L’essenziale invisibile agli occhi…” perché non si vede bene che col cuore. Io continuo, con l’ aiuto del Signore, a impegnarmi ogni giorno sicura del Suo amore, a vedere bene col cuore.

Carla B.


Numero 13, Pagina 4


Numero 21, Pagina 4


Numero 23, Pagina 4

Benvenuto e buoni consigli per don Carlo


Numero 26, Pagina 2


Numero 28, Pagina 4


Numero 29, Pagina 4

Entusiasmo e voglia di donare

Sono partita per l’Africa il 23 Marzo 1988. L’entusiasmo e la voglia di dare si equiparavano.
Il luogo della missione distava due ore d’auto da Cotonou e in quel tragitto mi sono resa conto di quanto la realtà che avevo davanti agli occhi fosse totalmente diversa da quella che avevo sempre visto e vissuto. Non è facile per me trasmettere ciò che ho provato in quell’esperienza.
Ricordo di quando ho battezzato una bambina di circa tre anni ancora senza nome e in fin di vita a causa della fame, di quando ho visto gli occhi di un bimbo o una mamma nel ricevere una semplice ciotola di riso e fagioli; come dimenticare poi, il volto di un’anziana donna inginocchiata ai miei piedi in segno di riconoscenza per averle dato pochi soldi coi quali pagare un contributo per le medicine. Queste e molte altre esperienze sono rimaste ben incise nella mia mente. Non mi riesce nemmeno più semplice trovare parole adeguate per esaltare il lavoro delle suore della comunità che mi ha ospitata, sempre in grado di intuire e prevenire ogni mia difficoltà. Loro sono state capaci di costruire un perfetto rapporto comunitario in cui si sono condivisi gioie, dolori, speranze, momenti di preghiera e perché no, anche qualche partita a carte.
Impossibile descrivere la miseria e la povertà di quella gente pari solo alla loro grandezza d’animo e non posso far altro che definire incredibile il modo in cui vivono: felici e sorridenti come se fossero incuranti delle mille difficoltà che si trovano ad affrontare ogni giorno (la fame, la sete, le malattie e, più di tutte, la morte). I bambini in particolare sono capaci di sorprendere per la loro incoscienza e la loro capacità, nonostante tutto, di vedere il meraviglioso in tutto ciò che li circonda. Per me loro hanno ciò che conta davvero: la serenità interiore e la vera voglia di vivere.
In questa realtà il mio contributo è paragonabile a una goccia nell’oceano; svolgevo l’attività sanitaria insieme ad una suora nei vari dispensari per le medicazioni, consultazione e distribuzione di medicinali e cibo alternandola a incontri di catechesi nei villaggi limitrofi, nei quali trovavamo sempre una grande partecipazione.
Infine, quel che mi riesce facile è stilare un bilancio di questa mia esperienza: sul “piatto” del dare ho messo la mia disponibilità ad affrontare un’avventura ricca di incognite e pericoli nonostante la mia età e soprattutto il dover vivere lontano dai miei cari per tre mesi. Nel piatto dell’avere ho trovato tante ricche sensazioni, quali il ritrovo di valori un po’ dimenticati, una grande lezione di vita e la fede più viva. Certamente la bilancia propende da quest’ultimo lato, tanto che ancora oggi ringrazio Dio per questa meravigliosa opportunità.

Milvia B.


LUI era lì con noi!

Certamente l’esperienza che ho fatto in Benin nel 1988 è stata un passaggio importante per la mia crescita personale e per raccontarla non voglio affidarmi a ricordi che il tempo ha reso imprecisi ma preferisco riportare alcune frasi tratte da un diario che tenni durante la permanenza in Africa.
“All’inizio la missione delle suore rappresenta per me un’oasi dalla quale non vorrei più uscire. La fuori c’è sporcizia e miseria. Come vedere Cristo in quei visi che si affaccendano tra cose inutili e sporche e che ti sorridono alzando un braccio in segno di saluto? Vorrei fuggire, vorrei tornare al mio mondo confortevole e sicuro. Qui c’è gente così diversa, così abituata a lottare per sopravvivere e rassegnata nello stesso tempo… tutto ciò mi sgomenta”.
“Non è sempre possibile la presenza del sacerdote, perciò le suore fanno la liturgia della parola e poi vengono distribuite le ostie consacrate. Oggi sono andata a Tckippé nella chiesa costruita da Enzo, Achille e Carlo. Suor Carmen è arrivata con il suo motorino portando un ostensorio pieno di ostie. E’ entrata in chiesa stringendoselo al cuore con il suo solito sorriso radioso, di una luce che non so spiegare, mentre tutti cantavamo in piedi. Ma le parole degli uomini non hanno retto alla parola del Signore che con una forte pioggia battente sulla lamiera ci ha voluto dire che Lui era lì con noi, con tutta questa gente che aspetta l’acqua per continuare a vivere.
“Mi sono fatta tagliare i capelli da Carla e Milvia ha cercato di mettere riparo al misfatto di Carla che asserisce di essere un’ottima tagliatrice di capelli (forse è meglio dire tagliatrice di teste!)”.
“Oggi pomeriggio sono andata con suor Virginia a fare catechismo ai neocatecumeni che vanno dai 7 ai 17 anni. Spesso rinunciano ai lavori nei campi per venire alla catechesi. La loro fede è fresca ed autentica! A volte i genitori delle ragazze non vorrebbero il battesimo perché poi non possono mantenere tutta quella autorità che gli permette di venderle a chicchesia, le loro figlie non credono più ai feticci ecc...”.
“Sono iniziate le piogge ed è un bene per la terra. Le piste sono peggiorate. Siamo state a messa in una chiesa un po’ sperduta che raduna la gente di 2 o 3 villaggi. La gente deve fare parecchi chilometri per raggiungerla, ma non è la strada che li spaventa. Nell’attesa del sacerdote abbiamo fatto un cerchio cantando e ballando. Io mi sono unita a loro che si sono fatti un sacco di risate guardando la mia goffaggine ed anch’io ho riso molto. Pur non parlando la stessa lingua, abbiamo riso insieme e questo ha dato molta gioia ad entrambi.”.
“Ho cavato un dente! Un molare?… penso. Non so se aveva più paura il ragazzo a cui apparteneva il dente o io. Era dondolante e dolente. Ho tirato un po’ con la pinza mentre lui sbarrava gli occhi e tirava indietro la testa, ma io non ho mollato la presa ed il dente è rimasto tutto interno nella pinza. Se lo è portato a casa tutto contento e ne farà un ciondolo.
“Grossa novità! Nel villaggio dove abbiamo fatto dispensario oggi c’era una casa con un gabinetto che consisteva in uno stanzino con al centro un buco rotondo, di diametro 20-25 cm. Il più è prendere il buco…”
“Molte persone si appoggiano più che possono ed in tutto alle suore, hanno la mentalità dell’accattone, ma in fondo loro cosa hanno? Niente.
Dov’è il confine tra ciò che si deve fare per loro e ciò che loro stessi devono fare per se stessi? Com’è difficile capirlo”.
“Non basta venire in Africa, vedere con i propri occhi, toccare con mano questo strazio. In fondo tanti l’hanno già fatto, tanti hanno avuto qualche cosa da raccontare agli amici e parenti e poi? Quello che ci vuole è la conversione del cuore e l’Africa può essere un mezzo, forse più efficace di altri, ma sempre un mezzo, come altri.
Vedere quello che ho visto mi ha lasciato sgomenta ma gradatamente mi sto abituando a questo stato delle cose. Le case che vedevo come tuguri ora le osservo con indifferenza, gli odori che impregnano le stanze (mi hanno detto che sono gli escrementi di pipistrello) ora non li sento più, la sofferenza dei bambini denutriti che inizialmente mi angosciava ora è più sopportabile. Ad un certo punto ci si si può abituare al dolore. A Carpi o a Modena o nella mia Klouèkanmè il dolore e la sofferenza sono gli stessi, si manifestano in modo diverso, qui da noi non saranno di colore scuro ma sono sempre la maschera implorante della sofferenza che chiama, che chiede aiuto. Certo le urgenze sono diverse e i problemi più complessi in Africa, ma non dobbiamo dimenticarci o peggio abituarci al dolore della nostra gente quando rientriamo in Italia.”
“Sono sull’aereo in partenza per casa! Le lacrime scendono, ho appena salutato Carmen che clandestinamente è salita sull’aereo per non lasciarmi andare via senza un ultimo abbraccio.
Una parte del mio cuore è rimasta là in quello sperduto paesino dell’Africa dove la vita e la morte si alternano e dove un Dio generoso ha donato una comunità che vive il Vangelo e l’amore reciproco.
Mi costa lasciare Klouèkanmè, con la sua gente, la sua miseria, i suoi “ma sor, ma sor” dei bambini festanti quando passi con la macchina. Corrono, corrono, tutti nudi e sporchi, ma ridono, ridono di te, della tua pelle bianca. Pensano: “poverina, come mai hai la pelle bianca? È una malattia?”. Sono pieni del loro colore!
Le donne, le semplici donne africane che si acconciano i capelli, che mettono il vestito più bello la domenica per andare alla messa, che portano sempre sulla schiena, anche quando lavorano, i loro bambini, magari con in testa un bacile pieno di arance e non si accorgono che per nutrire l’ultimo nato lasciano morire per denutrizione quello che viene prima.
Gli uomini… che bevono la soda B e che sono ubriachi fradici, che stanno all’ombra sotto un grosso albero a giocare a carte o a parlare; che ridono, con un riso da bambino, anche nei momenti meno opportuni e quando ti vedono ti chiedono in moglie, o che pregano in ginocchio anche per ore ad occhi chiusi o che coccolano i loro bambini e sudano sotto il sole cocente per coltivare un fazzoletto di terra per dare pane ai figli.
Su questo aereo che mi riporta a casa ci sono molti bianchi, vedere tutti insieme tanti visi pallidi mi dà un certo turbamento, direi disagio… non ci sono più abituata!

Chiara


Numero 30, Pagina 1


Per colpa di Carla

Sono passati vent’anni da quel breve, ma intensissimo viaggio in terra d’Africa, avvenuto esattamente nel luglio del 1988. Quante cose sono successe nella mia vita... il matrimonio, i figli... ma quando il pensiero ritorna a quella esperienza, come se fosse ieri, ricordo tutto con tanta freschezza e con tanta emozione. La “colpa” era stata tutta della Carla, la Carla Baraldi, che avevo conosciuto anni prima quando svolgeva il suo servizio di volontariato in Camerun. Allora ero praticamente una ragazzina, però poi eravamo sempre rimaste in contatto e, anche se io abitavo a Como e lei a Tramuschio, avevamo amici in comune e così ci si incontrava e, soprattutto, ci si scriveva. E fu così che un giorno, nel bel mezzo di una delle mie crisi esistenziali, la Carla mi fece una proposta convincente: perchè non raggiungerla in Benin e condividere un pezzettino della sua esperienza? Mi ritrovai a far la spola tra Carpi e casa per qualche incontro preparatorio (come è giusto che sia per qualsiasi persona che desideri partire, anche solo per poco tempo!) e poi, finalmente, la partenza! Pilotata a distanza da Carla che mi aspettava in Benin, mi imbarcai sull’aereo, sola e carica di aspettative: scalo Bruxelles, arrivo a Cotonou. Dopo 3 giorni persa per il Belgio per ritardi vari dei voli, finalmente riuscii ad arrivare a destinazione. Non mi sembrava vero: aperto il portellone dell’aereo, con l’aria densa dei profumi e dei particolarissimi odori di quella terra, mi chiedevo: chi ero io? Cosa ci facevo lì? Carla mi accolse tirando un sospiro di sollievo: che bello essere insieme! E’ difficile sintetizzare la ricchezza di quei giorni, trascorsi troppo velocemente, tante sono le cose belle che ho vissuto.
Per un mese ho condiviso le giornate di Carla e delle suore della missione di Klouèkanmè, persone che non potrò mai scordare per la fede, l’energia, l’amore con cui si prendevano cura di tutto e di tutti, sr. Carmen, sr. Lea, sr. Virginia, sr. Teresina. Non avendo particolari competenze e masticando un francese al minimo, aiutavo come ero capace, cercando di rendermi utile nelle piccole mansioni che mi venivano richieste, vivendo al massimo ogni nuova esperienza: seguivo Carla nei villaggi per le attività del dispensario, sistemavo la farmacia della missione, accompagnavo le suore quando andavano a far visita alle persone o a tenere la catechesi nei villaggi sperduti della savana...Di quei giorni ho tenuto un diario quotidiano, perchè non volevo dimenticare nulla delle mie emozioni; rileggendolo, rivedo la bellezza dei luoghi e dei volti, le amicizie semplici che ero riuscita a vivere, lo sguardo commovente dei bambini, la dignità di tante donne.... L’esperienza più scioccante per me erano le visite dei malati nei dispensari sperduti nella savana un susseguirsi ininterrotto di dolori, di sofferenze umane difficili per me da sopportare emotivamente: lebbrosi piagati, bambini denutriti, persone malate che dignitosamente attendevano il proprio turno in fila, seduti sotto ad una pianta della brousse. Come dimenticare due bambini, Cecile e Joel, arrivati moribondi alla missione e che sr Carmen mi ha chiesto di battezzare? Ero inebetita di fronte a tanto dolore; guardando alla dedizione dei missionari credo che solo nella fede e nella consapevolezza incrollabile della presenza del Signore, si riescano a sostenere e a tentare di alleviare simili sofferenze. Carla, con il suo dinamismo, mi coinvolgeva, mi stimolava a guardare oltre, mi faceva apprezzare i lati più profondi della gente, come la dignità, la pazienza nel sopportare, la semplicità dei gesti e dei pensieri, la generosità di chi ha poco, ma quel poco lo sa condividere, la spontaneità dei bambini, la tranquillità con cui affrontano la vita...valori che ancora oggi mi aiutano a ridimensionare le mie giornate e a operare uno sforzo di conversione continua. Quando si torna a casa, dopo simili esperienze, non si è più come prima, perchè si è maturata la consapevolezza di essere immeritatamente dei privilegiati; si vivono come un fastidio tanti aspetti della vita che prima sembravano normali, come ad esempio la pubblicità televisiva, i discorsi inutili delle persone, lo spreco di tempo e risorse, le frasi fatte sui poveri, gli immigrati...
Anche se poi la vita inevitabilmente ritorna ad avvolgerti nel suo vortice, c’è sempre una vocina che ti rimanda a quella esperienza di tanti prima, nella quale avevi sentito come veri e profondi tanti valori importanti.
Voglio anch’io fare gli auguri alla vostra associazione per questi 25 anni di volontariato missionario; come vedete, per quello che è la mia piccola esperienza, il bene si diffonde dove, quando e come noi nemmeno ci accorgiamo. Io so di aver fatto poco o niente per la missione, però è la missione ha fatto tanto per me e io ringrazio il Signore di aver messo sulla mia strada la Carla Baraldi, con la sua umanità, con la sua fede concreta; la sua amicizia mi è preziosa e da anni onora me e la mia famiglia.
Un caro saluto a tutti

Maria Norma B.


Numero 30, Pagina 2


Numero 32, Pagina 4


Numero 34, Pagina 1


Numero 34, Pagina 2


Numero 34, Pagina 3

Roberto e Francesca


Numero 38, Pagina 3


Numero 38, Pagina 3


Numero 42, Pagina 4

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