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VOLMISSION


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1987

25° Anniversario


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Numero 4, Pagina 4


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Numero 7, Pagina 4

Missione di klouekanmè - Benin
Saluto di benvenuti da parte di Mons. Sastre e delle suore della missione.
Da sinista : Maria Teresa, vol.- 2^ e 3^ suore novizie - Enzo, vol,- Abbè Moise , Abbè Michel, Maria, novizia, Mons. Sastre, Achille, vol.- Suor Carmen, Teresina, novizia - Carlo, vol.- suor Virginia. Manca suor Lea che sta facendo la foto.
Queste sono le suore che ci hanno accolto nella nostra prima esperienza missionaria.


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Percorsi che ti cambiano la vita

Il punto di partenza di questa “avventura” è stato il suggerimento di un nostro caro sacerdote che non c’è più, don Tassi, come abitualmente noi lo chiamavamo.
Una sera nella primavera del 1986 al termine dell’incontro del gruppo familiare si rivolge ad Achille e a Enzo facendo questo discorso: “a Carpi è stata fondata una associazione di volontari disposti ad andare in Africa a prestare la propria opera gratuitamente in aiuto ai missionari che vogliono realizzare opere sociali, perché voi due che avete una buona manualità non provate a dare una mano a questa iniziativa?”.
Il seme era gettato e trovò subito il terreno favorevole.
A quel tempo erano poche le persone che avevano per la testa di questi discorsi e noi cominciammo ad informarci dell’iniziativa.
C’era da costruire una chiesa nel villaggio di Tckippè, questa sarebbe servita anche per altri due villaggi vicini e, oltre alle funzioni religiose, sarebbe servita anche per l’attività sanitaria.
L’idea di costruire una chiesa, un luogo dove le persone si riuniscono per pregare Dio, trovava in noi una disponibilità speciale. Intanto era entrato nel gruppo anche Carlo, un ragazzo di 19 anni (Achille ed io eravamo vicino ai 50); il trio cominciò una serie di incontri con l’Ing.Gelli che aveva preparato il progetto. Questi incontri erano finalizzati ad affrontare i vari problemi di una costruzione che prevedeva del cemento armato. Altri incontri furono organizzati per approfondire la preparazione missionaria.
Un anno di preparazione che passò in fretta con la mente sempre occupata a risolvere i tanti problemi che via via si ponevano.
Fu preparato un container con le attrezzature che ci sarebbero servite e a riempire bene gli spazi liberi del container c’erano tanti sacchettini di riso, fagioli e zucchero.
Poi arriva il momento della partenza, i calorosi saluti e gli scherzi dei nostri amici, gli auguri del nostro vescovo Monsignor Maggiolini, del nostro parroco don Benetti, e quelli dei nostri famigliari.
L’arrivo a Cotonou in Benin è una botta di calore. Passiamo dal sotto zero di Mosca a più 40!
Le suore della missione, suor Carmen e suor Virginia, ci aspettavano tutte rosse in viso per il gran caldo, poi, dopo un po’ di spese via alla missione di Klouèkanmè dove troviamo ad aspettarci il nostro container spedito 2 mesi prima e da scaricare subito!!
Sono stati 2 mesi intensi di lavoro, di incontri e di emozioni di fronte a situazioni molto difficili che ti lasciano il segno per il resto della vita. Commovente la gratitudine del vecchio Suma, l’anziano del villaggio che aveva donato il terreno su cui doveva sorgere la chiesa.
Per tanti giorni è venuto al mattino, si sedeva e osservava la sua chiesa crescere giorno dopo giorno...
Poi, le foto che seguono, aiutano a comprendere bene una esperienza per noi molto particolare e importante per le tante cose che ci ha insegnato. Quella era la NOSTRA CHIESA ed ogni volta che siamo tornati in Benin si è fatto il possibile per tornare in quel villaggio e in quella Chiesa per sostarvi qualche minuto.

Carlo, Achille ed Enzo


Alcune considerazioni di Carlo

1- Per me a 19 anni è stata un’ esperienza importante nella formazione del mio carattere e nelle scelte che in seguito ho fatto: la diversità di una realtà ti pone domande, ti suscita risposte e di conseguenza atteggiamenti concreti.
2- Perchè una chiesa e non un pozzo o un dispensario? Le suore ci chiesero un edificio di culto perchè come ci raccontano i vangeli non di solo pane vive l’uomo........
3- La Chiesa di Carpi per la prima volta progettava esperienze in missione, se pur brevi, per laici (sposi, giovani ecc).


Tradizioni africane

I miei 2 mesi a Klouèkanmè sono stati ricchi di esperienze nuove per me e potrei quindi ricordare, nonostante il breve periodo, molti episodi.
Mi è stato chiesto di raccontarne uno ed ho scelto quello che sono stata l’unica del mio gruppo a vivere.
Una sera, dopo la cena al lume della lampada a petrolio, Suor Carmen che ben conosceva la mia curiosità per le usanze locali, mi ha chiesto di andare con Suor Teresa a porgere le condoglianze per un defunto di una famiglia animista.
Arrivati nei pressi dell’abitazione del morto abbiamo visto che moltissime persone erano partecipi al lutto. Alcune sedevano su panche approntate dai parenti.
La notte era buia senza luce elettrica, i lumi e le torce rendevano lo scenario molto suggestivo.
I familiari ci hanno accolto ed invitato ad entrare nella semplicissima capanna composta da una sola stanza con il pavimento in terra battuta, nessun arredo, solo flebili lumini.
In un angolo, seduto a terra, un uomo nudo, vestito solo di un fazzoletto attorno al viso al solo scopo di tenere chiusa la bocca.
Attorno a lui alcune ciotole con acqua, riso e altri alimenti per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio.
Con lui nella stanza, accovacciate, due donne anziane in lacrime, le sue due mogli.
Commosse e partecipi al dolore siamo uscite ed abbiamo pregato per lui e per le due poverine in lacrime.
Ho poi saputo che è tradizione locale seppellire i defunti all’interno delle capanne stesse, in profondità.

Maria Teresa M.



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Un cammino nuovo in età matura

Da a tempo desideravamo fare esperienza in una missione africana, l’occasione ci è venuta da Don Franco Cipriano che ci ha invitati a trascorrere con lui un periodo nella missione di KLOUEKANME’ nel Benin dove operano le suore Figlie del Sacratissimo Cuore di Gesù, abbiamo così deciso di trascorrere le nostre ferie in missione. Siamo partiti il 26 luglio 1987, non nascondo la mia gioia mista a trepidazione, commozione e perché no anche paura non solo per il viaggio,ma anche per la nuova esperienza che ci attendeva anche se fortemente voluta. Al mio fianco c’era però Luigi, mio marito che purtroppo da otto anni non è più con me, ma continua a darmi quella forza necessaria per continuare a vivere come facevamo quando lui era presente.Ricordo il viaggio, Milano Linate, Amsterdan, scalo in Nigeria e poi si parte per Lomè in Togo. Tutto bene anche l’atterraggio, e io potevo finalmente camminare con commozione sul suolo africano. Ad attenderci c’era Suor Carmen e l’ Abbè Tomas che ci hanno accompagnati alla missione di Klouèkanmè, dove ci attendevano le suore, ancora sveglie nonostante l’ora tarda. Il giorno successivo Suor Carmen ci ha accompagnato a salutare le autorità di Klouèkanmè, poi siamo andati a vedere le chiese dove noi avremmo dovuto lavorare, abbiamo attraversato il villaggio e abbiamo incominciato a vedere tutta la miseria in cui vive questa gente.Abbiamo iniziato il nostro lavoro di volontari tinteggiando l’esterno del Santuario della “ Madonna di un domani migliore” che doveva essere inaugurato il 19 settembre 1987. Ogni giorno al nostro arrivo sul lavoro, attirati dalla nostra presenza, uno stuolo di bambini ci raggiungeva, prima un po’ intimoriti, ma subito dopo presa confidenza ci chiedevano vestiti, ma più di tutto erano attirati dai nostri cappellini, don Franco distribuiva caramelle e loro felici ringraziavano.
Un ricordo che ancora mi fa stringere il cuore è una bimba che arrivata con altri bambini si è fermata a lungo ad osservarci, aveva un lungo dente sporgente e un grosso pancione, che pena, don Franco ci ha detto che aveva pochi giorni di vita. Io ho fotografato quella bimba, e ogni volta che guardo quella foto è come se fossi ancora là.
Dopo avere finito i lavori nelle due chiese Luigi e gli altri volontari hanno iniziato la costruzione del laboratorio per ragazze aiutati anche da persone del posto. Anche in terra africana si mette in pratica l’arte di arrangiarsi, siccome non ci sono fornaci che forniscono mattoni mescolano la terra con un po’ di cemento e li fanno cuocere al sole che di solito non manca. La posa della prima pietra è stata benedetta dall’Abbè Moise tra l’applauso dei presenti. Mio marito alla sera mi diceva che ogni giorno che trascorreva era sempre più contento della scelta che avevamo fatto di trascorrere un periodo in missione perché era un’esperienza costruttiva.
Durante la mia permanenza in Africa le suore mi hanno organizzato un piccolo laboratorio di cucito per ragazze, io avevo problemi di lingua, ma riuscivamo a capirci perché la buona volontà supera qualunque cosa e poi avevo due brave collaboratrici Suor Teresa e Suor Maria. Dalla finestra del laboratorio vedevo l’“apatam”, piccolo pergolato dove ogni giorno arrivavano mamme con bambini piccolissimi ammalati, che continuavano a tossire, aspettavano la suora che consegnasse loro medicine e altro.
Lo stato d’animo con cui ho vissuto l’esperienza “missione Africa” è difficile da descrivere e come potrei raccontare la grande povertà che ogni giorno toccavo con mano, vedere le donne lavare i piatti nelle pozzanghere, i panni al fiume dove c’è, bere l’acqua dei pozzi dove confluiscono gli scarichi delle strade.
Le giornate passate al dispensario con Suor Carmen e al lebbrosario sono state il momento più forte della mia permanenza in missione ho vissuto una realtà difficile da accettare più che da descrivere.
Un popolo di Dio che faceva chilometri e chilometri per recarsi al dispensario e tante volte non riusciva ad avere le cure necessarie, perché la suora non aveva più medicine nonostante la quantità che ogni volta portava con sé.
La visita al lebbrosario di Abomèy è stata traumatica. Non avevo mai visto un lebbrosario e non nascondo il mio timore nell’avvicinarmi, eppure continuavo a pensare che le persone che avrei incontrato erano anche loro figli di Dio. La vista di quei corpi mutilati dalla malattia ad un certo punto non mi sembravano più persone distrutte dal male, ma solo persone fortemente sfortunate. Il sacerdote che ci accompagnava ci ha fatto visitare l’ambulatorio spiegandoci che la lebbra nella grande maggioranza è una malattia curabile, mancano solo le medicine e questo mi ha ancora più rattristata. E’ stata un’esperienza di vita che non dimenticherò mai, la miseria unita alla mancanza di assistenza, i bambini nudi e le loro mamme distrutte dalle rinunce quotidiane sono rimaste nella mia mente e nel mio cuore. Due momenti della mia permanenza in missione mi sono sembrati segni del destino in quanto mi sembrava di vivere due parabole del Vangelo. Era stata programmata la visita ad una missione di Padri Comboniani, la guida era un giovane seminarista Denis che avrebbe anche fatto da interprete, obbligatoriamente dovevamo attraversare un fiume con la piroga, all’andata tutto bene, ma al ritorno giunti in prossimità del fiume un diluvio ci aspettava e noi dovevamo per forza salire sulla piroga. Tutti avevamo paura, il fiume era minaccioso, tutti pregavamo proprio come faceva Pietro nella parabola: “Svegliati Signore stiamo annegando”. Il Signore ci ha ascoltati siamo riusciti ad arrivare all’altra sponda sani e salvi. Era ferragosto il programma comprendeva un viaggio a Cotonou, Luigi ha preferito rimanere a casa, ci accompagnava l’Abbè Tomas abbiamo ammirato la sconfinata foresta, l’immensa palude e i tanti villaggi. Il programma comprendeva una S. Messa in casa di una signora e poi il pranzo. Noi ospiti d’onore siamo stati trattati con tutti gli onori possibili, il pranzo abbondante e raffinato è stato consumato in allegria. Fuori c’era il mercato e noi usciti per tornare a casa mentre attraversavamo la strada, non so se per volontà del Signore o per caso abbiamo visto un uomo che strisciava per terra, mi è venuta in mente la parabola del ricco Epulone. Noi uscivamo da una reggia con telefono, stereo, televisione, tappeti e un’abbondante pranzo e fuori l’uomo che strisciava e sembrava proprio che chiedesse le briciole. La vista di quell’uomo non mi ha fatto dormire la notte e ancora oggi mi ritorna in mente e nel cuore.
I giorni trascorsi in missione ci hanno riservato anche giorni lieti come la partecipazione all’ordinazione di un giovane sacerdote, la messa celebrata da don Franco a Tckippè nella chiesa dove lavoravamo. Una chiesa ancora senza pavimento, con metà intonaco e per altare un povero tavolo, con fiori e tante panche, mi tornavano in mente le nostre bellissime chiese, i nostri addobbi, e pensavo che il Signore era ancora più presente lì dove la devozione di quel popolo di Dio era genuina, sincera, devota e gioiosa. L’incontro con il Vescovo e il ministro del lavoro che erano venuti a vedere come procedevano i lavori, l’incontro con il Cardinale Gantin originario di Boicon, sono stati momenti belli e emozionanti.
Prima della nostra partenza l’Abbè Moise ha celebrato una messa nella chiesa che al posto del tavolo ora aveva un altare vero.
Il nostro desiderio, che io ritengo un dono di Dio è diventato realtà. Una realtà ricca di bene ricevuto più che donato perché vivere anche solo un mese in un mondo così diverso dal nostro ci ha arricchiti interiormente. La generosità, la riconoscenza, la forza d’animo e la fede profonda e gioiosa del popolo africano sono rimasti nei nostri cuori. Io ringrazio ancora oggi quel popolo di Dio e sono grata per i loro insegnamenti silenziosi ma tanto utili e provo ancora nostalgia per quella terra ricca di vegetazione meravigliosa e per la sua gente tanto provata dalla miseria.

Camilla e Luigi

Luigi e Camilla


Alcuni appunti .....

Siamo partiti per il primo viaggio da Ostiglia destinazione Benin, il 24 giugno 1987 io Giulio Rodighieri tecnico di Laboratorio al Locale Ospedale, Claudio Callegarini medico appena Laureato, Ghiroldi don Bruno il nostro parroco di Ostiglia, Turati Luciano tecnico delle Ferrovie, Grigoli Carlo ingegnere, e ci siamo fermati per un mese fino al 22 luglio.
Quando Don Bruno ha fatto la proposta di andare in Africa e precisamente in Benin, allora ci sembrava un’avventura troppo precipitosa, ma dopo esserci trovati tutti d’accordo anche se con motivazioni diverse, io fui molto contento di sperimentare finalmente il volontariato che da sempre mi portavo nel cuore da tanti anni. La provvidenza mi offriva una grande occasione che io non mi sono lasciato sfuggire.
Dopo l’arrivo all’aeroporto della capitale Cotonu, ormai il giorno stava terminando e alla Missione prendemmo ospitalità presso la casa dei volontari, attrezzata con cucina e ogni servizio.
Le suore ci accompagnano subito il primo giorno, in una presentazione doverosa presso le autorità locali. Conosciamo così il Parroco L’abbè Moise, sacerdote molto disponibile e cordiale. Alla gendarmerie per presentarci al Capo Distretto che ci accoglie spiegandoci a grandi linee la geografia socio-politica della nazione.
Nei giorni della nostra permanenza dal 24 giugno 1987 al 22 luglio il lavoro principale svolto da me e dal Dr. Callegarini fu quello di appoggiare le suore nei dispensari presso i villaggi dispersi nella brousse. Gli spostamenti fatti con una vecchia auto carica di rimedi medicinali suddivisi per efficacia, utilità, e aiutati anche da un interprete locale per capire bene la lingua del luogo tradotta in francese.
Nel tempo libero davamo una mano a Luciano Turati e a Carlo Grigoli che si occupavano della tinteggiatura interna della Chiesa di Klouekanmè, insegnando anche a ragazzi del luogo come si usava il colore. Io mi occupavo anche di mettere ordine nel magazzino dei medicinali che arrivavano di quando in quando con i container dall’Italia che trasportavano mille altre cose.
La diversità di mentalità, gli usi e i costumi, le condizioni geografiche e climatiche, le scarse condizioni igieniche, la mancanza dei mezzi di trasporto e comunicazione, l’acqua pulita, l’alloggio, il mangiare sempre scarso “vivere” in quelle condizioni che ho visto nella maggior parte dei villaggi è una conquista che deve essere fatta giorno per giorno con grandi fatiche. E’ difficile descrivere il sorriso dei bambini e anche delle persone anziane che attendono per ore una medicazione o una medicina, un consiglio o una parola di conforto.
Io non sapevo cosa fosse la vera povertà, fino a quando non ho toccato con le mie mani e non ho visto con i miei occhi i grandi sforzi per sopravvivere in mezzo a una miseria che molto spesso porta alla malattia, al dolore e alla sfiducia.

Giulio R.


Africa e ritorno

Non è facile ordinare sopra un foglio di carta tutto ciò che ci ha lasciato l’esperienza vissuta in Benin, e forse non è neppure possibile.
Siamo partiti da europei, con una idea efficientissima della nostra presenza in quella terra: ciascuno di noi cinque, racchiuso nella sua sfera di competenza professionale specifica, aveva in mente di operare secondo certi programmi e di giungere a certe finalità.
Arrivati laggiù, ci siamo ben presto accorti che questo non era possibile e non era giusto: ci siamo trovati ad essere persone in mezzo ad altre persone, e ci veniva chiesta una disponibilità al servizio ben più grande di quella strettamente professionale, pur necessaria.
Adattarsi alla promiscuità, al clima, all’ odore, al bassissimo livello igienico-sanitario di quei luoghi non è stata cosa da poco.
Del resto, tutto cambiava rispetto a noi: la nozione del tempo, ad esempio.
I ritmi africani sono lentissimi, quasi non fosse avvertito lo scorrere dei giorni sempre uguali a se stessi.
Certamente non si avverte la necessità di misurare il tempo con orologi o calendari.
Gli africani non hanno fretta: “Il Signore a creato il tempo, e ne ha fatto molto”, dice un proverbio di laggiù.
Persino il vivere ed il morire hanno un senso diverso: la gente è ormai così abituata a convivere colla sofferenza, il dolore e la morte che non ne ha più paura.
In Africa non c’è la ribellione al soffrire che c’è qui.
Abbiamo poi conosciuto persone meravigliose, che da noi è raro incontrare: suore, preti e laici che davvero spezzano il pane della propria vita per condividerlo coi poveri.
Certi incontri noi non li cancelleremo mai più dalla nostra memoria: la dolcezza di un sorriso, la semplicità di un gesto, l’umiltà di una presenza che serve senza chiedere nulla in cambio non sapremo mai spiegarli colle parole.
Giudicate coi nostri criteri europei, certe vite viste laggiù sembrerebbero sciupate, certe carriere spezzate. Ma noi abbiamo visto che non è così, abbiamo visto che “ Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto (Gv. 12,24)”.
Abbiamo poi toccato con mano quanto liberante e feconda sia la presenza della Chiesa in Africa e come evangelizzazione e promozione umana camminino insieme.
La condizione della donna, ad esempio: in Benin le donne sono comprate e vendute, portano su di sé tutto il carico del lavoro famigliare, sono poco più che soggetti privati di qualsiasi dignità umana, la poligamia è la norma.
Di fronte a questo scandalo, la voce della Chiesa si alza chiara e senza doppiezze.
Accade che i missionari si rechino fisicamente nei villaggi a difendere la causa di una ragazza che è stata venduta ad un uomo che lei non desidera, che il parroco accoglie nella sua casa giovani donne fuggite dalla loro famiglia per lo stesso motivo, che il Vescovo nell’omelia domenicale richiami le autorità dello Stato al loro dovere di difendere la libertà delle ragazze nella scelta dei loro mariti.
Lo stesso modo della presenza missionaria delle suore laggiù testimonia che una vita diversa in Africa è possibile, solo che lo si voglia: l’ordine quasi geometrico delle coltivazioni nella Missione, il servizio e la disponibilità gratuite che queste donne offrono senza chiedere nulla in cambio non possono non interpellare e stimolare quei popoli.
Abbiamo poi visto il bisogno e la sofferenza degli africani, in una misura per noi non immaginabile. Non descriveremo scene pietose o storie lacrimevoli.
Diremo però che c’è chi cerca il Signore nei libri dei filosofi oppure in eventi miracolosi o in discutibili apparizioni: noi l’abbiamo trovato negli occhi di un bimbo che stava morendo a causa di un avanzatissimo stato di denutrizione, per il quale ogni terapia era ormai tardiva.
Ricordandolo, non si può non pensare a coloro i quali qui tra noi hanno dubitato o sospettato di una iniziativa che poteva coinvolgere la comunità ostigliese.

Claudio C.



Dal diario di don Bruno


DOMENICA 12 LUGLIO

La mattinata la trascorro nei villaggi dove si celebra la Messa. All’ animazione spirituale e liturgica della celebrazione, così ricca e viva, fa riscontro la povertà della cappella ove si celebra.
In queste chiese mancano pietre e calce (i muri sono di terra e il tetto in lamiera sostenuta da pali grezzi), ma i cristiani che le frequentano sono cementati dalla fede e dall’amore. Da noi dove abbondano marmi e cementi le chiese si svuotano.
Addirittura ove le pietre evidenziano i valori dell’arte, i cristiani si chiudono in anonimo silenzio.
Io celebro nel villaggio ove si reca per la catechesi e l’animazione suor Lea. Mi si dice che i cristiani di questo villaggio sotto la guida di questa suora, improvvisatasi architetto oltre che pittrice e scultrice, lentamente hanno costruito loro stessi la cappella, alla quale tuttavia manca ancora il pavimento. La gente siede e si inginocchia sulla terra battuta. Prometto loro, al termine della Messa, che a Natale avranno il pavimento: grande gioia per tutta l’assemblea che mi ringrazia e mi circonda di grande festa.

SABATO 18 LUGLIO

Giornata indimenticabile nella mia vita di cristiano e di prete. Ho avuto la gioia e la grazia di poter partecipare alla celebrazione dei Battesimi nel pomeriggio ed io stesso ho conferito il sacramento ad una trentina di ragazzi, giovani e adulti di Klouèkanmè.
Il rito del battesimo degli adulti, già molto suggestivo in sé, qui in missione si carica di un significato particolare: sono le giovani leve della chiesa che offrono la loro vita, il fervore della loro fede neofita, la carica di una generosità che lo Spirito suscita e consacra. Offrivano questi carissimi fratelli al mio passaggio ora la loro fronte, ora il petto o il capo perché fossero segnati secondo il sacro rito. Tutto si è svolto in lingua addjà ma il rito era così eloquente che non c’era affatto bisogno di traduzione: lo Spirito stesso si incaricava di introdurci tutti direttamente nella comprensione del mistero che si svolgeva davanti a noi e che accresceva la chiesa e in essa coinvolgeva la nostra fede e il nostro impegno di coerenza.
Il rito, che doveva essere celebrato all’aperto, per il maltempo si è svolto in chiesa, sotto il continuo scrosciare della pioggia: sottolineatura puntuale del tema biblico dell’acqua ma ancor più segno concreto della benedizione divina su questo popolo che lega all’acqua la propria sussistenza.

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